sottopelle

Non le restò che acquattarsi sotto il madido cielo nei boschi di braci del suo cuore

Amelia Rosselli

Pubblicato da ritaflorit su 20 Giugno 2009

o mio fiato che corri lungo le sponde
dove l’infinito mare congiunge braccio di terra
a concava marina, guarda la triste penisola
anelare: guarda il moto del cuore
farsi tufo, e le pietre spuntate
sfinirsi
al flutto.



da VARIAZIONI BELLICHE

Poesie
(1959)

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Pubblicato da ritaflorit su 29 Maggio 2009


L’odore dell’argine negli occhi
è  maggio dissolto  in giugno
nel sogno sospeso acciaio
passi  di vite in corsa
e il guado  dell’avvicinamento
è dolcezza  muta  unghiata
strada  lacrima  che ci separa.

a Rati
a Massimo


.

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Pubblicato da ritaflorit su 23 Maggio 2009

Bibliothé Incontri
a cura di Francesca Pietracci


Incontro con la poesia hindi


Rati Saxena

Satyapal Sehgal


Presiede
Filippo Bettini

presentano
Roberto Piperno e Massimo Sannelli

letture di
Rita R. Florit e Giulia Perroni


lunedì 25 maggio 2009 – ore 18:30


Bibliothé Contemporary Art
via Celsa, 5 (piazza del Gesù) – Roma – 06.6781427

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A Paola, un anno dopo

Pubblicato da ritaflorit su 19 Maggio 2009


Ho ripensato spesso  ai nostri incontri

ricordo qull’asprezza che mi punse

svanì in un senso d’allontanamento

e forse  a me vicina mai lo fosti…

Sognavi nei pensieri avviluppati

ridevi a volte infine mi seguivi

negli occhi le tue rondini di giugno

le vidi che sfecciavano leggere.

Mi  resta come spina la tua voce

la mia promessa l’ultimo saluto.

à

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Pubblicato da ritaflorit su 12 Maggio 2009

 

Diapositiva1

parole in forma di colore

a cura di Francesca Pietracci

 

visioni nella poesia di

Rita R. Florit

  

con proiezione delle videopoesie

Lezioni inevitabili (2005)

Varchi del rosso (2006)

TwinVideo: Air-TuttoXaria (2008)

 

OPENING

 

sabato 16 maggio 2009 – ore 19:00 

fino al 7 giugno 2009

 

 

Bibliothé Contemporary Art

via Celsa, 5 (piazza del Gesù) Roma – 06.6781427

lunedì>venerdì 12:00>20:00 – sabato 18:00>24:00

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Nel respiro

Pubblicato da ritaflorit su 1 Maggio 2009

di Paolo Fichera

Nel respiro
(inedito)

Cosa nuda erode cose

Ora il calice è versato,
la luce indietreggia
il seme bianco bevuto carezza
bianca alla pelle resa.

Insepolto al grido il racconto
fiero in archi scinti, screpola
la spada l’angelo-cielo,
fissa la pupilla nella sponda e la schiena
a macchie fissa in marmo
orrore di carità e spoglie lente

la vena erosa, tu sei il germoglio
il figlio caduto nel grembo
in trapasso di battito, mano e vena.

Padre, un altro padre e un battito
che la mano incarna
nel legno che non arde la distanza
si piega alla foce del respiro la fonte
si adagia al pensiero, cibo che affossa
la carne in aliti fissi, in respiri scelti.

Ora la scelta murante la mano
aperto incanto
il precipizio del bianco sommuove
il perdono creduto ombra caduta

il pane fatto dimora
la linea sepolta celebra la traccia
il vento taciuto e lasciato disteso
nella vena in vento in vena

il letto ha sbarre, il muro il tuo sangue
la ferita ricama la fronte
il sangue la vernice
e l’ombra del trapasso incide la morte
nel gesto che si distende alla fonte

nulla è naturale manca il padre
che alimenta l’impasto del figlio
l’organo uomo chiamato Paolo
caviglie sottili, occhio chiaro

la mano il battito mano e il respiro
la vista nel respiro, solo il petto
si alza, si distende e alza il petto
e il fiato di chi guarda
e l’ombra non è più vergine
il corpo non più corpo
organo indifeso agli abbracci

la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro

…………………………………………………

*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »

Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.

Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».


Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »

Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »


Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »


L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.


*Nel sangue* c’è un  urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».


*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »

Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »

Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »

E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».


rita r. florit


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Ipnologue

Pubblicato da ritaflorit su 24 Aprile 2009

Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)

Jouffroy Hypnologue

Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della Storia

Qui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…

Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).

È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.

Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.”

“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.

“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / [...] / noi vediamo partire ogni cosa’.

Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.

“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.

* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.

Traduzione Alfredo Riponi, con la collaborazione di Giacomo Cerrai e Rita R. Florit

Nota introduttiva Alfredo Riponi e Giacomo Cerrai

***

Ipnologo

In principio,

Non c’era alcun ordine.

Tutto era banale e piatto nel caos,

Salvo gli aghi della sofferenza.

In principio,

Il mondo era sovraccarico di rovi.

Mai l’orizzonte si apriva,

La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.

In principio,

Tutto era ridicolo,

Odiosamente arduo, imperfetto,

Odiosamente fiero della propria imperfezione,

Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.

In principio, era l’infanzia, i suoi odi,

Il suo ostinato ottenebrarsi.

Niente testimoniava da nessuna parte

L’oltrepassare dello zero.

In principio,

L’impurità regnava sovrana.

Nessuno osava contraddire l’infelicità

Che stringeva il cuore in una morsa.

Il comandava dovunque al .

Dovunque le sue orde, le sue milizie,

Le sue superstizioni malevole.

L’ingiustizia essendo la sola legge,

Tutto sembrava naturale,

Nell’ordine delle cose:

Il peggio e il poco che ci sfuggono,

L’orrore e l’errore inosservati.

Mai la vita è stata così pesante

In questi secoli dove nessuno ha volato -

Salvo in sogno.

Questi inizi sono durati così a lungo

Che li si credeva eterni,

Embricati definitivamente nel tempo.

Nessuno li ha dominati:

Tutto era asservito alla loro ripetizione.

Le comete erano inchiodate,

La terra non girava

Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,

Cinico.

Poi il mondo si svuotò,

Divenne buco.

Ogni uomo era un buco in un buco.

Una notte,

Qualcosa si è incrinato nel freddo

E la mattina, il cielo ha fischiato.

Nessuno sa più quando,

Qualcuno l’ha notato. Segnato.

Come se l’orecchio del cielo si stappasse,

Un mondo vuoto si è rotto come una noce.

Quale era questa terra

Che cominciava a vacillare nelle teste?

Quali, questo cielo, questo sole,

Questa notte stellata, che si muovevano,

Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?

Questo è durato più di cento anni -

Trecento diciassette forse -

In cui le mucche continuavano a ruminare.

Ma lo scivolare di una porta scorrevole

Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.

Nessuno soffocava più lo spazio:

Non si incarcerava più il sole,

La terra divorziava dalla terra

E gli uomini, senza averne l’aria,

Si rivoltavano contro il punto supremo:

L’uomo.

Furono strani secoli

Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.

Le donne fuggivano dalle donne impazzite.

Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.

Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.

Tutto divenne possibile, anche la virtù.

L’impossibile si avvicinò.

Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,

Esplorare i propri errori.

Le menzogne reinventavano una libertà

Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.

La libertà arrivò a rovesciare

Le strane stanze della verità.

Di colpo le parole divennero effimere -

Come i poteri.

La lingua sciolta sciolse la follia,

Ognuno divenne la propria espropriazione.

Prudente era ancora la sconfitta,

Ma micidiale per gli immoti.

“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.

La follia smise d’essere un caso:

Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,

Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.

L’occhio stesso girò intorno al sole

Prima di lasciarlo per altre costellazioni.

Le notti si fecero più voluttuose,

Anche in prigione.

La rivoluzione cadde dal cielo,

Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo

Nel crepuscolo che subentrò,

Là dove il sangue cementava gli eroi,

Nessuno osò criticare i propri crimini.

Criminali intentarono il processo alla ragione

Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,

Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.

La rivoluzione non fu la rivelazione.

Nel crepuscolo che subentrò -

Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,

Chi ha saputo vedere

Che ci guardava nella sua cecità?

Che ci ascoltava nella sua sordità

Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?

Per sempre i leoni erano liberati.

Nel crepuscolo che subentrò,

La loro criniera, fatta di frasi,

Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.

Il verbo rivoluzionario risuscitò,

Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.

Viviamo oggi nell’ombra

Delle parole che l’hanno fatto tacere.

Appostati, in agguato, in guardia -

Come ci si prepara dormendo alla guerra

Che nessuno ha ancora fomentato:

La guerra degli uomini contro la dittatura,

Lo scandalo del sacro.

Quest’oggi durerà anche vent’ anni

Prima che trionfi

Del peso multisecolare della realtà.

Ma cosa faccio, quando lo dico?

Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?

Cerco il suo nome,

Scrivo nell’attesa di questo nome

E irrido – nome:

Seriamente mi prendo gioco della malinconia

Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.

Ogni notte intravedo la mia nuova alba.

La fortuna di questa guerra,

La sento come un riso idiota -

Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.

L’ateo non si consacra un culto,

Altrimenti diventa dio.

L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,

Se no perde i suoi occhi.

L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.

Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

Vado in quella direzione, come si va al mare -

Correndo.

Mi butto – come nell’amore.

Non amo in me che questo riso

Che dice no

A tutte le passività.

Non si vede più niente accadere.

Io vedo

Tu vedi

Egli vede

Vediamo scomparire ogni cosa.

Per la prima volta, noi pensiamo.

Gennaio-febbraio 1990, Parigi

***

Hypnologue

Au début,

Il n’y avait aucun ordre.

Tout était banal et plat dans le chaos,

Sauf les aiguilles de la souffrance.

Au début,

Le monde était surchargé de ronces.

Jamais l’horizon ne s’ouvrait,

La métempsycose allait du même au même.

Au début,

Tout était ridicule,

Odieusement malaisé, imparfait,

Odieusement fier de son imperfection,

Le communisme des choses s’imposait en vrac.

Au début, c’était l’enfance, ses haines,

Son obnubilation obstinée.

Rien ne prouvait nulle part

Le dépassement du zéro.

Au début,

L’impureté régnait comme un pape.

Nul n’osait contredire le malheur

Qui tenait le cœur dans un étau.

Oui commandait partout à oui.

Partout ses hordes, ses milices,

Ses superstitions malveillantes.

L’injustice étant la seule loi,

Tout semblait naturel,

Allant de soi :

Le pire et le peu qui nous en échappe,

L’horreur et l’erreur inaperçues.

Jamais la vie n’a été si lourde

Dans ces siècles où personne n’a volé -

Sauf en rêve.

Ces débuts ont duré si longtemps

Qu’on les croyait éternels,

Définitivement imbriqués au temps.

Nul ne les a dominés :

Tout était asservi a leur répétition.

Les comètes étaient clouées,

La terre ne tournait pas

Sous l’œil-dieu d’un soleil monarchien,

Cynique.

Puis le monde se vida,

Devin trou.

Chaque homme était un trou dans un trou.

Une nuit,

Quelque chose s’est fêlé dans le froid

Et le matin, le ciel a sifflé.

Nul ne sait plus quand,

Quelqu’un l’a remarqué. Marqué.

Comme si l’oreille du ciel se débouchait,

Un monde vide s’est cassé comme une noix.

Quelle était cette terre

Qui commençait à vaciller dans les têtes ?

Quels, ce ciel, ce soleil,

Cette nuit étoilée qui s’ébranlaient,

Tirant derrière eux tous les trains du temps arrêté ?

Cela a duré plus de cent ans -

Trois cent dix-sept peut-être -

Où les vaches continuaient de ruminer.

Mais un glissement de porte coulissante

Changeait la place de ce tapis volant, si lent.

Nul ne jugulait plus l’espace :

On n’emprisonnait plus le soleil,

La terre divorçait de la terre

Et les hommes, sans en avoir l’air,

Se révoltaient contre le point suprême :

L’homme.

Ce furent des siècles étranges

Où chacun devint étranger à soi.

Les femmes s’enfuyaient des femmes affolées.

Mille Mozarts mouraient de rire dans le salon des dieux.

L’envers du monde montra son cul.

Tout devint possible, même la vertu.

L’impossible se rapprocha.

Il fut possible à chacun de se tromper,

D’explorer ses propres erreurs.

Les mensonges réinventaient une liberté

Qui n’avait agi que dans l’imagination.

La liberté en vint à renverser

Les curieux cabinets de la vérité.

Du coup les mots devinrent éphémères -

Comme les pouvoirs.

La langue déliée délia la folie,

Chacun devint sa propre expropriation.

Prudente encore était la débâcle,

Mais meurtrières aux immobiles.

« Vite, plus vite » disait le bourreau.

La folie cessa d’être un cas :

On ne regarda plus les rois du même œil,

Le jour où un petit géomètre devint empereur.

L’œil lui-même tournai autour du soleil

Avant de le quitter pour d’autres constellations.

Les nuits se firent plus voluptueuses,

Même en prison.

La révolution tomba du ciel,

Sa table de lois s’éparpilla sur le monde

Et dans le crépuscule qui lui succéda,

Là ou le sang cimentait les héros,

Nul n’osa critiquer ses propres crimes.

Des criminels intentèrent le procès de la raison

Et de faiblesse en audace, de crime en vertu,

Chacun oublia de corriger sa propre aberration.

La révolution ne fut pas la révélation.

Dans le crépuscule qui lui succéda -

Qui a su voir, après son extinction,

Qui a su voir

Qu’elle nous regardait dans sa cécité ?

Qu’elle nous écoutait dans sa surdité

Jusque dans l’intimité de nos lâchetés ?

Pour toujours les lions étaient lâchés.

Dans le crépuscule qui succéda,

Leur crinière, faite de phrases,

A désarçonné à jamais la fin du monde.

Le verbe révolutionnaire en ressuscita,

Un ordre discontinu en est né : nu.

Nous vivons aujourd’hui dans l’ombre

Des mots qui l’ont fait taire.

À l’affût, aux aguets, dans le guet -

Comme on se prépare en dormant à la guerre

Que personne n’a encore fomentée :

La guerre des hommes contre la dictature,

Le scandale du sacré.

Cet aujourd’hui durera bien vingt ans

Avant qu’elle ne triomphe

Du poids multiséculaire de la réalité.

Mais qu’est-ce que je fais, quand je le dis ?

Que se passe-t-il dans le silence de mes aujournuits ?

Je cherche son nom,

J’écris dans l’expectative de ce nom

Et je me moque – nom :

Sérieusement je me joue de la mélancolie

De ceux qui ne croient ni aux noms, ni aux mots, dits.

Chaque nuit je vise ma nouvelle aube.

La chance de cette guerre,

Je la ressens comme un rire idiot -

Le rire qui dispense de l’effort de devenir.

L’athée ne se voue pas un culte,

Sinon il devint dieu.

L’athée ne recule pas devant le vide,

Sinon il perd ses yeux.

L’athée désobéit à la peau de ses peurs.

Tel, le paysage que découvre le mur percé.

En anéantissant son propre pouvoir,

On agrandit le voir.

Mais le voir est un autre pouvoir

Dont nul ne s’est emparé.

J’y vais, comme on va à la mer -

En courant.

Je m’y jette – comme dans l’amour.

Je n’aime en moi que ce rire

Qui dit non

À toute les passivités.

On ne voit plus rien venir.

Je vois

Tu vois

Il voit

Nous voyons tout partir.

Pour la première fois, nous pensons.

Janvier-février 1990, Paris


anche su

Lessnes

Imperfetta Ellisse

Pubblicato su Alain jouffroy, alfredo riponi, giacomo cerrai, rita r. florit, traduzioni | 3 Commenti »

Sideralia

Pubblicato da ritaflorit su 1 Aprile 2009

elaborazione grafica di: *Cirri* installazione di Giorgio Bevignani

elaborazione grafica di: *Cirri* installazione di Giorgio Bevignani

” Il silenzio vibra. La vibrazione assume un ritmo. Diventa un intersecàrsi di ritmi.
Questi diventano forme visibili, luminose”

Elémire Zolla – Archetipi


E’  il pungolo del sempiterno azzurro
che dirompe, cielo disperso a sovrastare
rocce ossute.

Franti rivissuti istanti in foglie tremule,
moti oscillanti. All’orizzonte percorribili
silenzi.
Scie di comete in polvere,
e germinammo…

La vita ci raccolse interi, non lacerati
in estasi scagliate. Poi vennero i sapori,
singoli suoni, battiti impalpabili.

Il bianco infingimento, demone mercuriale
di risa e astuzie ed oltraggiosi eccessi.

Deità verde amorosa  chescioglimembra
eancoramitormenti! Copula giallablu,
dissipa tu… staffile che volteggi e mi ti fondi
in carne.

Il grigio pathos, l’ira scarlatta lux invicta,
di polpa e spremitura si cifrò la porpora,
fulvo il coraggio ci marchiò col sangue.

Ed abitammo il buio, porosità assetata
di potenza, ventre incavato, silenzio
risonante. Contrazione d’indaco ci espulse.

Sopore ci sorprese, dorato senso della meraviglia.
Sospesi procediamo in equilibrio. Càlamitati
reperti stellari dolci dondolano, respirano.


rita r. florit
dall’antologia “Gemellaggio poetico “Roma verso Milano”
Lietocolle, 2007

Pubblicato su antologie, rita r. florit | 2 Commenti »

sestina

Pubblicato da ritaflorit su 10 Marzo 2009

Vagues en dérive

Douloureuse elle fuit dans une nuit sans rêve
un nœud étroit musèle ses entrailles muettes
sa gorge tient serrés les sanglots en dérive
il aura donc suffi d’un printemps ténébreux
pour que se taise enfin le glas du désamour
dans ses entrailles sourdes à la pleine lumière

il en aura fallu des journées sans lumière
pour que son chant de pleurs se résigne à la trêve
pour que cesse soudain le glas du désamour
elle git alanguie dans ses rages muettes
enfermée dans le deuil d’un printemps orageux
qui la garde attachée sanglotante à la rive

elle se tient à l’orée de sa conque en dérive
attentive aux rigueurs de la pleine lumière
que finisse à jamais ce séjour caverneux
qui la vit s’abîmer dans un sommeil sans rêve
se perdre et se noyer en des rages muettes
en proie aux affres noirs du sanglant désamour

prisonnière alanguie en proie au désamour
elle se livre en aveugle à sa rage en dérive
et brame à la volée sa souffrance muette
pour que surgisse enfin dans la pleine lumière
la trame interrompue du tissé de ses rêves
et que s’exilent au loin les printemps orageux

que finisse aussitôt ce séjour ténébreux
que s’éloignent avec lui les rires de l’amour
que se tisse à nouveau un sommeil plein de rêves
et qu’ensemble tous deux coulant de rive en rive
ils puissent retrouver leurs jeux vers la lumière
évoluer sans fin loin des larmes muettes

s’envoler à jamais loin des rages muettes
et quitter pour toujours ce séjour caverneux
afin de renouer leurs jeux dans la lumière
et finir de languir dans un pieux désamour
libéré du désir de la rage en dérive
se couler à nouveau dans les vagues du rêve

loin des larmes muettes et regards orageux
s’adonner aux lumières, aux jeux d’eaux et d’amour
dans les rêves nouveaux de vagues en dérive

Angèle Paoli

***

Onde in deriva

Dolente fugge in notte senza sogno
costringe un nodo le viscere mute
la gola serra i singhiozzi in deriva
basterà primavera tenebrosa
a zittire il memento disamore
in viscere sorde alla piena luce

saranno occorsi giorni senza luce
perché il lamento accetti il suo bisogno
duro e taccia il memento disamore
indolente giace in collere mute
in lutto in primavera tempestosa
che l’incatena in singhiozzi alla riva

all’orlo della sua conca in deriva
tesa ai rigori della piena luce
finisca l’abitare cavernoso
che l’affondò in un sonno senza sogno
perdersi e annegare in rabbie mute
in cupo affanno di crudo disamore

langue in prigione in preda al disamore
si dà cieca alla sua rabbia in deriva
e brama al volo sofferenza muta
che sorga infine nella piena luce
la trama interrotta tessuto dei sogni
esiliate stagioni tempestose

finisca l’abitare tenebroso
sian lontane le risa dell’amore
si tessa di nuovo un sonno di sogni
e che insieme andando di riva in riva
ritrovino i giochi verso la luce
mutarsi avulso da lacrime mute

volar lontano dalle rabbie mute
lasciar per sempre il nido cavernoso
per riannodare i giochi nella luce
e finir di languire in disamore
liberato dalla rabbia in deriva
glissare ancora sulle onde del sogno

cacciati lacrime e sguardi in tempesta
darsi alla luce all’acque vive e all’amore
in sogni nuovi di onde alla deriva

traduzione rita r. florit



Pubblicato su Angèle Paoli, traduzioni | Lascia un commento

Pubblicato da ritaflorit su 11 Febbraio 2009

plantaocculta

Alcune mie  poesie su  *Imperfetta Ellisse* di Giacomo Cerrai, che qui ringrazio


Pubblicato su rita r. florit | 2 Commenti »