sottopelle

Non le restò che acquattarsi sotto il madido cielo nei boschi di braci del suo cuore

Archivio per Gennaio 2009

Prometeo

Pubblicato da ritaflorit su 20 Gennaio 2009

di Massimo Sannelli


(l’apice non è questo:

vi è un dio molto forte,

e lo si lascia solo

qui – contro la sua voglia.

dico: l’apice è questo

fiume della giustizia

in me – come io voglio.

l’amico invoca amici

buoni. io prego per questo).

*

[come Ermes]

parola di Ermes: prima il padre Zeus

affonderà tra pietre rovinate

il tuo corpo; e non sarai più visto.

vedrai la luce ancora. parla Ermes

per Zeus: il padre Zeus vorrà che il cane

sacro, alato, l’aquila

ti apra il corpo e venga a divorare

la tua mente: ogni giorno. ed Ermes

parla per Zeus: la bocca

di un dio è vera. bocca di Zeus – Ermes -

parla. qui Ermes parla: guarda, guarda

intorno a te. chi vedi? e il tuo orgoglio

non si può limitare? e quanto vale?

[come Prometeo]

Prometeo dice ad Ermes: Zeus, un giorno,

sarà umiliato dalle nuove nozze,

che farà. io solo vedo il suo futuro.

oggi è in pace. che sia tranquillo ora

non conta. un giorno cadrà anche Zeus.

Zeus avrà un figlio forte ed invincibile -

e questo figlio può umiliare il fulmine

del cielo. ora il signore Zeus impara

che uno regna e l’altro è servo, e i due

non sono uguali. e adesso dici io parlo

da pazzo, io urlo come uno che odia

e spera teme odia ancora. ma

quello che dico avviene. è un fatto vero:

così è vero che io – anch’io – lo voglio.

Zeus è tranquillo, Zeus è in pace. tra

poco, Zeus non sarà più un capo: un dio

toglie e dà, un giovane può uccidere

e cadere. è annientato. e io lo voglio.

*

dico che è troppo facile

amare da lontano.

io li amavo. li amavo

tutti da vicino. e tu? anche tu

mi ami? e dici sàlvati.

per mia volontà libera io mi sono

esposto a questa fine. per mia colpa.

per la mia volontà e la mia colpa,

è vero. io non credevo mai             che questa

ora venisse. perché?                     non sapevo?

allontanavo sempre questo tempo.

*

se un uomo – un dio no – alla finestra

vede dall’altra parte           c’è       una donna,

alla finestra.          stende i panni, è sola,

piegati i seni verso i fili e non

sa che è guardata.             è un giorno dell’estate

più calda. è agosto. è quasi nuda. quello

che vede i dieci istanti della scena

sa                         che la scena dura poco, ma

guarda e guarda. va bene. e dopo?                        un solo

minuto toglie tutto: non toccare,

solo vedere, e non vedere più,

mai.          diciamo che l’onda piange quando

si spezza a riva e le sorgenti d’acqua

ti chiedono la stessa pietà: io credo.

molti uomini  nuovi

nascono; ed altri dopo. e questo è bene.

ho fatto cose buone.          ho suscitato

arte e pietà,           e medicina e genio

tra i piccoli: i fratelli certo sono

molto diversi da me.                      io lo so bene.

ho fatto tutto e sùbito.        rallègrati!

rallègrati! sii forte!

*

un dio divide.         un uomo non può osare

unire ancora quello che un dio scioglie.

il dio separa e l’uomo non può unire

quello che un dio divide:     e un altro Dio

si muove   per amore:

soltanto la pietà

lo inchioda fisso ad una sedia,        ad una

sede;         e morto, è.        la mancanza di stile

è quando ama; e troppo rumore, credo.

le sorelle che guardano oggi hanno

rispetto della forza;

che io sono.           e anche fratelli

hanno questa pietà.

«il principio delle opere è la mente»

se c’è. il suo fine è non avere limiti.

le sorelle e i fratelli

guardano queste cose?

*

un giorno avrete visto

che un uomo         esce dall’acqua

vivo.         è il nuovo spettacolo

io vedo.     quello è un vivo,

dentro l’acqua;      e fuori

osserva i panni andati,

ma sono asciutti – è morto -

allora è morto, è vivo

anche lui. anche lui

è morto.    perché è andato?

e no, c’è ancora    è ancora

vivo. che cosa c’entra?

[fervore, ansimando, esagerato]

che cosa c’entra? allegro!

la mia pace è con te!

[moderandosi]

una sirena in una

parte di mare grida

è lui          è lui      èeh

è lui, è lui              e ritorna

l’uomo. figlio dell’uomo,

non vuoi restare in vita?

figlio della smarrita!

e tu, senza il tuo simile.

*


Questo nuovo Prometeo, in metrica tradizionale, si basa sulla tragedia di Eschilo, ma accentua la debolezza di chi è isolato. In pratica, qui parla la figura precristiana degli ultimi Cahiers di Simone Weil. Oggi le donne del Coro, Efesto, Ermes non ci sono più: quindi esistono come ombre – incoraggianti o brutali – del solo Prometeo. In questo caso, il «monologo» tiene fede alla natura del suo nome: parla uno, parla soltanto, e parla da solo. Parla nell’ossessione del soffrire «per mano degli dèi»: «anche se sono un dio». Dunque non tutti gli dèi sono uguali, e non tutti gli dèi sono giusti, di fronte a chi ha «dato tutto». Prometeo ricorda l’umanità, come se fosse anche un uomo, orgoglioso e autodistruttivo. Nessuno può dire se questo Prometeo sia un malato, un uomo, un dio vero. Avvicinandosi alla fine, il monologo si sfalda, nei suoni e nella sintassi, come se il Silenzio fosse un altro personaggio.

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Poiché l’attesa…

Pubblicato da ritaflorit su 10 Gennaio 2009

“Poiché l’attesa s’inoltra profondamente nell’aperto” (M. Heidegger)

Ho una piccola dimora acquisita
nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.
Pur circondandomene mal li distinguo,
se stordita appena li avverto.
Strada,l’attraversai rincorrendomi.
Riposi le stelle nell’armadio
per attenermi meglio al presente.
Ma il dubbio assiduo mi corrode
che l’unica dimora è nel pensiero,
poiché non volli abbandonarmi
agli Abbandoni che rivelano.
Votata a promesse di ritorni
non fui che povera cosa,
anche se abbagliai con fulgore di rosa.

*

Se accanto a te tornassi per un poco
chissà se ti ritroverei, tutto è cambiato.
Se camminandoti ancora a fianco
ti riconoscessi… Che scacco!
M’allontanai così volutamente
dalla tua casa di musica e di roccia
che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva.
Il ritorno si sa, ha odore acre di sconfitta,
o resa, quando tornare è rientrare,
farsi contenere.
“Poiché l’attesa s’inoltra
profondamente nell’aperto”
è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Rita R. Florit, Lezioni inevitabili, LietoColle2005

*

Ho una piccola dimora acquisita / nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.

Il sentiero percorso dalla filosofia occidentale, dalla metafisica, nella perdita del cielo e degli dèi, è il sentiero della Notte. Nell’apparire dell’essere e del niente, è il mondo che è chiamato alla luce.

Pur circondandomene mal li distinguo, / se stordita appena li avverto.

Mal si distingue questo luogo che è il mondo nella Notte dell’essere.

“Per la prima volta le cose vengono alla luce nella Notte, e i colori, i suoni, il sole, la luna, la vita e la morte” (EN).

Strada, l’attraversai rincorrendomi. / Riposi le stelle nell’armadio / per attenermi meglio al presente.

Dal passato al futuro attraverso il mondo, la strada, il sentiero del Giorno, il presente. Le stelle sono gli ultimi detriti dell’Olimpo, il presente dell’uomo nega questo passato, lo accantona.

“Il nichilismo è la celebrazione della penuria dell’esistenza: l’esistenza di qualcosa esige l’inesistenza (la nientità) del suo opposto; l’esistenza del presente esige l’inesistenza del passato e del futuro. Al di fuori del nichilismo, gli opposti non si contendono l’esistenza, ma la godono insieme. Il passato e il futuro sono: come il presente” (EN).

Ma il dubbio assiduo mi corrode / che l’unica dimora è nel pensiero

È il pensiero che fa della terra l’unica dimora e il rifugio dell’uomo, il mondo, nella sua solitudine.

“La solitudine della terra è negazione della verità dell’essere; ma solo nella verità dell’essere appare ciò che la solitudine è. Il mondo testimonia la solitudine della terra – e la solitudine è l’inconscio del mondo” (EN).

Poiché non volli abbandonarmi / agli Abbandoni che rivelano

Votata a promesse di ritorni non / fui che povera cosa, anche se / abbagliai con fulgore di rosa.

L’abbandono rivela solo quello che è: l’abbandono della casa del padre e il sottrarsi al destino. Ma l’abbandono al quale non ci si abbandona non esclude il ritorno, la riconciliazione. L’abbagliamento del corpo nasconde essenzialmente la solitudine dell’uomo. “Il nostro corpo – che appartiene alla solitudine della terra – si mantiene certamente in una sorta di prossimità all’apparire; le sue assenze da questo sono ogni volta seguite da un ritorno, e il ritorno nell’apparire accade anche ogni qualvolta noi confidiamo nel suo accadimento” (EN).

Se accanto a te tornassi per un poco / chissà se ti ritroverei, / tutto è cambiato.

Se camminandoti ancora a fianco / ti riconoscessi… Che scacco!

M’allontanai così volutamente / dalla tua casa di musica e di roccia /che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva

L’allontanamento dalle cose più prossime, dalla bellezza, dal gusto, dalla solidità della roccia per andare verso l’Altrove, l’incognita dell’Altro da sé.

“Noi possiamo volere qualcosa – la casa, il cibo, l’amore – solo in quanto vogliamo innanzitutto l’orizzonte, all’interno del quale possono comparire le singole cose che vogliamo. L’accadimento della terra è l’orizzonte originariamente voluto, in cui è voluta ogni cosa che vogliamo” (EN).

Il ritorno si sa, ha odore acre / di sconfitta, o resa, quando tornare / è rientrare, farsi contenere.

Il ritorno è un andare di nuovo all’infanzia, dove si ritrovano le persone e le cose da amare, come nella poesia di Rilke “Dura il ricordo -: forse in una pioggia, / ma non sappiamo ritrovarne il senso”, dove il ricordo non si spegne mai.

“La descrizione della terra, così come appare attualmente, è la descrizione della solitudine. Il modo in cui le altre persone umane sono corpo e comportamento e vengono in relazione al mio corpo e al mio comportamento, viene condotto nell’apparire dal modo in cui ho accolto l’offerta della terra. Così il corso seguito dalle stelle, dal sole e dalle stagioni; così il distendersi dello spazio attorno ai miei occhi e il radunarsi dei colori e dei suoni” (EN).

“Poiché l’attesa s’inoltra / profondamente nell’aperto” / è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Il discorso filosofico è apertura al mondo. Il discorso biologico è solipsistico, viviamo per mantenere la struttura biologica, siamo programmati, fin dalla fecondazione dell’ovulo, a questo fine, la ragion d’essere d’ogni struttura vivente è essere.

“La verità dell’essere si manifesta in una pluralità di aperture. Come possibilità di questa pluralità di aperture, la struttura originaria della verità dell’essere non ha nulla a che vedere col solipsismo. Il solipsismo è la negazione di questa possibilità. […]

Ma ciò non vuol dire che sulla terra non sia possibile un altro modo di vivere oltre quello costituito dallo sviluppo biologico, e che i colori, i suoni, le forme, i profumi, i piaceri non possano apparire che all’interno di tale sviluppo, e che la stessa nascita e morte del corpo non possano che racchiudere gli spettacoli della terra tra un’oscurità iniziale e un’oscurità terminale.

L’uomo ha sempre tentato di evadere dallo sviluppo biologico, come unico modo di vivere sulla terra. Il nutrirsi, l’unione dei sessi, l’abitare e il mantenimento del fuoco, la caccia, il lavoro, la guerra e la pace, la festa sono vissuti dai popoli primitivi all’interno di un tempo sacro, dove l’uomo vive da immortale e si lascia alle spalle il tempo profano dello sviluppo biologico. […]” (EN).

Nota: EN, Severino – Essenza del Nichilismo.


Alfredo Riponi



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