L’odore dell’argine negli occhi
è maggio dissolto in giugno
nel sogno sospeso acciaio
passi di vite in corsa
e il guado dell’avvicinamento
è dolcezza muta unghiata
strada lacrima che ci separa.
a Rati
a Massimo
.
Pubblicato da ritaflorit su 29 Maggio 2009
L’odore dell’argine negli occhi
è maggio dissolto in giugno
nel sogno sospeso acciaio
passi di vite in corsa
e il guado dell’avvicinamento
è dolcezza muta unghiata
strada lacrima che ci separa.
a Rati
a Massimo
.
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Pubblicato da ritaflorit su 23 Maggio 2009
Bibliothé Incontri
a cura di Francesca Pietracci
Incontro con la poesia hindi
Rati Saxena
Satyapal Sehgal
Presiede
Filippo Bettini
presentano
Roberto Piperno e Massimo Sannelli
letture di
Rita R. Florit e Giulia Perroni
lunedì 25 maggio 2009 – ore 18:30
Bibliothé Contemporary Art
via Celsa, 5 (piazza del Gesù) – Roma – 06.6781427
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Pubblicato da ritaflorit su 19 Maggio 2009
Ho ripensato spesso ai nostri incontri
ricordo qull’asprezza che mi punse
svanì in un senso d’allontanamento
e forse a me vicina mai lo fosti…
Sognavi nei pensieri avviluppati
ridevi a volte infine mi seguivi
negli occhi le tue rondini di giugno
le vidi che sfecciavano leggere.
Mi resta come spina la tua voce
la mia promessa l’ultimo saluto.
à
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Pubblicato da ritaflorit su 12 Maggio 2009

parole in forma di colore
a cura di Francesca Pietracci
visioni nella poesia di
Rita R. Florit
con proiezione delle videopoesie
Lezioni inevitabili (2005)
Varchi del rosso (2006)
TwinVideo: Air-TuttoXaria (2008)
OPENING
sabato 16 maggio 2009 – ore 19:00
fino al 7 giugno 2009
Bibliothé Contemporary Art
via Celsa, 5 (piazza del Gesù) Roma – 06.6781427
lunedì>venerdì 12:00>20:00 – sabato 18:00>24:00
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Pubblicato da ritaflorit su 1 Maggio 2009
Nel respiro
(inedito)
Cosa nuda erode cose
Ora il calice è versato,
la luce indietreggia
il seme bianco bevuto carezza
bianca alla pelle resa.
Insepolto al grido il racconto
fiero in archi scinti, screpola
la spada l’angelo-cielo,
fissa la pupilla nella sponda e la schiena
a macchie fissa in marmo
orrore di carità e spoglie lente
la vena erosa, tu sei il germoglio
il figlio caduto nel grembo
in trapasso di battito, mano e vena.
Padre, un altro padre e un battito
che la mano incarna
nel legno che non arde la distanza
si piega alla foce del respiro la fonte
si adagia al pensiero, cibo che affossa
la carne in aliti fissi, in respiri scelti.
Ora la scelta murante la mano
aperto incanto
il precipizio del bianco sommuove
il perdono creduto ombra caduta
il pane fatto dimora
la linea sepolta celebra la traccia
il vento taciuto e lasciato disteso
nella vena in vento in vena
il letto ha sbarre, il muro il tuo sangue
la ferita ricama la fronte
il sangue la vernice
e l’ombra del trapasso incide la morte
nel gesto che si distende alla fonte
nulla è naturale manca il padre
che alimenta l’impasto del figlio
l’organo uomo chiamato Paolo
caviglie sottili, occhio chiaro
la mano il battito mano e il respiro
la vista nel respiro, solo il petto
si alza, si distende e alza il petto
e il fiato di chi guarda
e l’ombra non è più vergine
il corpo non più corpo
organo indifeso agli abbracci
la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro
…………………………………………………
*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »
Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.
Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».
Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »
Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »
Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »
L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.
*Nel sangue* c’è un urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».
*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »
Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »
Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »
E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».
rita r. florit
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