ritaflorit

Archivio per la categoria ‘Alfredo Riponi’

Jacques Derrida – La carte postale

InAlfredo Riponi, Jacques Derrida, traduzioni su 13 luglio 2011 a 12:15 am

ENVOIS

Le 3 juin 1977.

et toi, dis moi
j’aime toutes mes appellations de toi et alors nous n’aurions qu’une lèvre, une seule pour tout dire
de l’hébreu il traduit « langue », si l’on peut appeler cela traduire, par lèvre. Ils voulaient s’élever sublimement pour imposer leur lèvre, l’unique, à l’univers. Babel, le père, en donnant son nom de confusion, multiplia les lèvres, et c’est pourquoi nous sommes séparés et que moi je meurs à l’instant, je meurs d’envie de t’embrasser de notre lèvre la seule que je veuille entendre

© Flammarion, 1980

 ***

e tu, dimmi
amo tutti i nomi con cui ti chiamo e allora avremmo un solo labbro, uno solo per dire tutto
dall’ebraico traduce « lingua », se questo si può chiamare tradurre, con labbro. Volevano elevarsi sublimemente per imporre il loro labbro, l’unico, all’universo. Babel, il padre, dando il suo nome di confusione, moltiplicò le labbra, perciò siamo separati e io ora muoio, muoio dalla voglia di baciarti con la nostra lingua l’unica ch’io voglia ascoltare

traduzione di  Alfredo Riponi

A squarciagola

InAlfredo Riponi, Gherasim Luca, rita r. florit, traduzioni su 11 febbraio 2011 a 3:03 pm

GHÉRASIM LUCA


Da Le Chant de la carpe, Josè Corti 1986, Soleil Noir 1973


A SQUARCIAGOLA

Accoppiato alla paura

come Dio all’odioso

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

come il crimine

tra il grido e il limine


*


Accoppiato alla paura

come il grido al crimine

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il suo corpo

come lo sgozzatore alla gola


*


Accoppiato alla paura

come il fango alla gola

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il mio corpo

come il terrore all’errore


*


Accoppiato alla paura

come il sacro al massacro

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il suo corpo

come il corvo

tra il corno e la voce


*


Accoppiato alla paura

come le lacrime

tra le mie lettere e le sue rime

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il mio corpo

come la vita nel vuoto


*


Accoppiato alla paura

tra la vita e il vuoto

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

muore in un debole riso


***

A GORGE DÉNOUÉE


Accouplé à la peur

comme Dieu à l’odieux

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

comme le crime

entre le cri et la rime


*


Accouplé à la peur

Comme le cri au crime

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et son corps

comme l’égorgeur à la gorge


*


Accouplé à la peur

Comme la boue à la bouche

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et mon corps

comme la terreur à l’erreur


*


Accouplé à la peur

comme le sacré au massacre

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et son corps

comme le corbeau

entre le cor et le beau


*


Accouplé à la peur

Comme les larmes

Entre mon initiale et ses armes

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et mon corps

comme la vie dans le vide


*


Accouplé à la peur

Entre la vie et le vide

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

éclate de mou rire


traduzione di Alfredo Riponi e Rita R. Florit


***


Manca un dio, sulla mancanza cresce la poesia, avanza da territori dominati dalla morte, dalla paura. Fantasma del reale. “Tramato di realtà il Mai, ora tornato” (Celan).

“Accoppiato alla paura  / come Dio all’odioso  / il collo genera il coltello”. Se Socrate affronta la morte senza battere ciglio, animo di filosofo o filosofo nell’animo, Abramo è dominato dalla paura di fronte al sacrificio di Isacco.

“Poesia notturna che abbaglia come solo nel buio si può essere accecati… inviolato l’occhio pensa l’oricalco[1] solo il sogno ne concede la visione… e sogno il fuoco oricalco… e penso la fenice, lo stridore e le fiamme…”


*


Note di traduzione

A gorge dénouée, si è scelto di tradurre “a squarciagola” (à tue-tête). Gridare fino a rompere la gola.

« comme le crime / entre le cri et la rime » Rime, rima, limine; tenendo presente l’espressione idiomatica “ni rime ni raison”; “né capo né coda”; si è scelto quindi di tradurre. “come il crimine / tra ilgridoe illimine”

« comme le corbeau / entre le cor et le beau »; si è reso questo gioco di parole con “come il corvo / tra il corno e la voce”

« comme les larmes / entre mon initiale et ses armes » , Luca gioca qui con l’associazione dell’iniziale del suo cognome« l » e « armes », – tra “iniziale” (monogramma) e “armes” (emblema, stemma) – che abbiamo scelto di rendere concome le lacrime / tra le mie lettere e le sue rime” , «lac » sono le tre lettere contenute nel suo cognome e «rime ».

Éclate de mou rire, il verso finaleè giocato sull’assonanza foneticamou rire / mourir; e sintatticamou rire / fou rire (folle riso), riprendendo il titolo“rire à gorge déployée” (ridere a piena gola) ; quindi si è scelto di tradurre“muore in un debole riso”, tenendo presente l’espressione idiomatica italiana“morire dal ridere”.



[1] oricàlco s. m.( pl. -chi) Varietà di bronzo simile all’oro, composta principalmente di rame e di piccole quantità di stagno, piombo e zinco; SIN. Crisocalco.


Angèle Paoli su *Passo nel fuoco*

InAlfredo Riponi, Angèle Paoli, rita r. florit su 23 ottobre 2010 a 6:06 pm

.

Ringrazio  Angèle Paoli  che ha recensito Passo nel Fuoco
su TERRES des FEMMES


qui  la traduzione italiana di Alfredo Riponi


LEGAMI STRETTA AL NUDO TUO VOLERE

Una poesia esigente quella di Rita R. Florit. Un poesia minuziosamente cesellata nella linea del poeta-orafo Pierre-Jean Jouve di cui è lettrice appassionata. Passo nel fuoco, nuova raccolta della poeta italiana, offre poesie cesellate all’oro fino, nella continuità di spirito e di immagini di Varchi del rosso. Poesia carnale dove l’incarnato della sensualità proietta il suo splendore su ogni poesia dove si dice il desiderio, la poesia di Regina R. Florit è ossessione del fuoco. Il fuoco della carne.

« Ho fuoco in abbondanza e mi devasta
e offrirtelo decuplica la pena ».

« J’ai feu en abondance, il me dévaste
et te l’offrir décuple ma peine ».

Fuoco della passione e fuoco del tormento attraversano la raccolta da una pagina all’altra, innervano i versi e alimentano l’arte poetica di questo piccolo opus, prezioso come un “coffret de santal” riempito di fragranze rare.

Attraverso quali sentieri oscuri e luminosi al tempo stesso ha luogo la traversata poetica da Rita R. Florit? Incantesimo per l’amato, Passo nel fuoco è un invito incandescente a cercare al centro della piaga la chiave di una passione divorante, sempre all’erta. Questo cammino esacerbato è anche quello di cui il poeta legge e dice le involuzioni e al contempo timori e paure. La carne preziosa si spiega e s’avvolge, le circonvoluzioni del piacere aprono la via a cieli infernali e la notte dipana il suo filo intorno agli amanti addormentati.

Controcorrente rispetto ai tentativi formali della poesia contemporanea, la sensibilità poetica di Rita R. Florit si iscrive, credo, nella filiazione petrarchizzante di Gaspara Stampa o di Louise Labé. In Rita R. Florit domina la musicalità della forma chiusa dell’alessandrino o dell’endecasillabo che ben s’adatta alle forme brevi, quartine, ottave, stanze o sestine. E se si può parlare di modernità, questa si legge altrove. Nella preoccupazione di scolpire la poesia nelle spirali abilmente intagliate dell’Eros. O nelle biforcazioni del vocabolario di cui Rita R. Florit nutre la sua estetica dell’amore.

Così, nella sinuosità di un verso, convivono forme antiche e lessico scientifico. La prossimità di questi estremi crea sorpresa e spaesamento letterario. E la quintessenza di questa poesia raffinata si legge nel crogiolo delle volute carnali che accendono il desiderio. Le delizie del piacere si nutrono anche del tormento che il desiderio fa nascere. Il fuoco è là, sorgente che fa ardere la carne, fiore e brace; ceneri e rogo che la voce dell’amato, fascio di fiamme vive, basta a ravvivare. Perché l’amante si abbevera alle loro ustioni. Il suo canto implora l’amato di fare di lei l’alleata del suo desiderio:

« Legami stretta al nudo tuo volere
perfetto raggio di fulminea cura. »

« Lie-moi serrée à ta volonté nue
rayon parfait de foudroyant souci. »

Con questa raccolta, Rita R. Florit ha vinto il Premio letterario “Mazzacurati Russo” 2009/10.

Angèle Paoli


Celle qui dort

InAlfredo Riponi, Jean-Charles Vegliante, rita r. florit su 27 aprile 2010 a 6:10 pm


Celle qui dort inquiète au profond
de toi, la petite effrayée invincible,
sais-tu que je la touche parfois
sans la tenir, même en rêve, où nous pleurons


Jean-Charles Vegliante
Les Oublies, Obsidiane, Collection Les Solitudes


*

Quella che dorme

Quella che dorme inquieta nel tuo profondo
essere, la piccola impaurita invincibile,
sai talvolta la tocco senza tenerla,
anche in sogno, dove siamo in lacrime.


trad. Alfredo Riponi e Rita R. Florit


“L’echo du corps” su Il Porto di Toledo

InAlfredo Riponi, rita r. florit, traduzioni su 13 aprile 2010 a 4:29 pm

Alfredo Riponi e Rita R. Florit si confrontano corpo a corpo con un testo poetico di Ghérasim Luca, offrendo una versione felicemente sperimentale de L’eco del corpo, dove lingua italiana e lingua francese sono giustapposte a mostrare i labirinti fisiologici della parola

Ringrazio Domenico Ingenito  per la pubblicazione su
Il Porto di Toledo


L’echo du corps

InAlfredo Riponi, Gherasim Luca, rita r. florit su 31 gennaio 2010 a 2:14 pm

prête-moi ta cervelle
cède-moi ton cerceau
ta cédille ta certitude
cette cerise
cède-moi cette cerise
ou à peu près une autre
cerne-moi de tes cernes
précipite-toi
dans le centre de mon être
sois le cercle de ce centre
le triangle de ce cercle
la quadrature de mes ongles
sois ceci ou cela ou à peu près
un autre
mais suis-moi précède-moi
séduction

entre la nuit de ton nu et le jours de tes joues
entre la vie de ton visage et la pie de tes pieds
entre le temps de tes tempes et l’espace de ton esprit
entre la fronde de ton front et les pierres de tes paupières
entre le bas de tes bras et le haut de tes os
entre le do de ton dos et le la de ta langue
entre les raies de ta rétine et le riz de ton iris
entre le thé de ta tête et les verres de tes vertèbres
entre le vent de ton ventre et les nuages de ton nu
entre le nu de ta nuque et la vue de ta vulve
entre la scie de tes cils et le bois de tes doigts
entre le bout de tes doigts et le bout de ta bouche
entre le pois de tes poils et la poix de ta poitrine
entre le point de tes poings et la ligne de tes ligaments
entre les pôles de tes épaules et le sud-est de ta sueur
entre le cou de tes coudes et le coucou de ton cou
entre le nez de tes nerfs et les fées de tes fesses
entre l’air de ta chaire et les lames de ton âme
entre l’eau de ta peau et le seau de tes os
entre la terre de tes artères et le feu de ton souffle
entre le seing de tes seins et les seins de tes mains
entre les villes de ta cheville et la nacelle de tes aisselles
entre la source de tes sourcils et le but de ton buste
entre le musc de tes muscles et le nard de tes narines
entre la muse de tes muscles et la méduse de ton médius
entre le manteau de ton menton et le tulle de ta rotule
entre le tain de ton talon et le ton de ton menton
entre l’oeil de ta taille et les dents de ton sang
entre la pulpe de ta pupille et la serre de tes cernes
entre les oreilles de tes orteils et le cervelet de ton cerveau
entre l’oreiller de tes oreilles et la taie de ta tête
entre le lévrier de tes lèvres et le poids de tes poignets
entre les frontières de ton front et le visa de ton visage
entre le pouls de tes poumons et le pouls de ton pouce
entre le laits de tes mollets et le pot de ta paume
entre les pommes de tes pommettes et le plat de tes omoplates
entre les plantes de tes plantes et le palais de ton palais
entre les roues de tes joues et les lombes de tes jambes
entre le moi de ta voix et la soie de tes doigts
entre le han de tes hanches et le halo de ton haleine
entre la haine de ton aine et les aines de tes veines
entre les cuisses de tes caresses et l’odeur de ton coeur
entre le génie de tes genoux et le nom du nombre
du nombril de ton ombre


Gherasim Luca, Héros-Limite, Folio Gallimard 2001, Josè Corti 1985, Soleil Noir 1953

***

L’ECO DEL CORPO



prestami le tue cervella
cedimi il tuo cerchio
la cediglia della tua certezza
questa ciliegia
cedimi questa ciliegia
o un’altra all’incirca
accerchiami nelle tue occhiaie
precipitati
nel centro del mio essere
diventa il cerchio di questo centro
il triangolo di questo cerchio
la quadratura delle mie unghie
diventa questo o quello o quasi
un altro
ma seguimi precedimi
seduzione

tra la notte del tuo nudo e il giorno delle tue guance
tra la vita del tuo viso e la provocazione dei tuoi piedi
tra il tempo delle tue tempie e lo spazio del tuo spirito
tra la fronda della tua fronte e le pietre delle tue palpebre
tra il basso delle tue braccia e l’osanna delle tue ossa
tra il do del tuo dorso e il la della tua lingua
tra i raggi della tua retina e il riso della tua iride
tra il tè della tua testa e i vetri delle tue vertebre
tra il vento del tuo ventre e le nuvole del tuo nudo
tra il nudo della tua nuca e la vista della tua vulva
tra la scia delle tue ciglia e la foresta delle tue dita
tra la punta delle tue dita e la punta della tua bocca
tra il peduncolo dei tuoi peli e la pece del tuo petto
tra il punto dei tuoi pugni e la linea dei tuoi legamenti
tra gli spazi delle tue spalle e il sud–est del tuo sudore
tra la gola dei tuoi gomiti e il cucù del tuo collo
tra il naso dei tuoi nervi e la naiade delle tue natiche
tra l’aria delle tua carne e la lama della tua anima
tra la pioggia della tua pelle e l’orcio delle tue ossa
tra la terra delle tue arterie e il fuoco del tuo fiato
tra il segno dei tuoi seni e i seni delle tue mani
tra le città della tua caviglia e la navicella delle tue ascelle
tra la sorgente delle tue sopracciglia e il progetto del tuo petto
tra il muschio dei tuoi muscoli e il nardo delle tue narici
tra la musa dei tuoi muscoli e la medusa del tuo medio
tra il mantello del tuo mento e la tulle della tua rotula
tra lo stagno del tuo tallone e il tono del tuo mento
tra lo sguardo della tua statura e le strette del tuo sangue
tra la polpa della tua pupilla e l’orto delle tue occhiaie
tra le pieghe dei tuoi piedi e il cervelletto del tuo cervello
tra il letto dei tuoi lobi e la custodia del tuo capo
tra il levriere delle tue labbra e il peso dei tuoi polsi
tra le frontiere della tua fronte e il visto del tuo viso
tra il polso dei tuoi polmoni e il polso del tuo pollice
tra la polpa dei tuoi polpacci e il piatto del tuo palmo
tra i pomi dei tuoi pomelli e il piano delle tue scapole
tra le piante delle tue piante e il palazzo del tuo palato
tra le ruote delle tue gote e i lombi delle tue gambe
tra il me della tua voce e la seta delle tue dita
tra l’ ardore delle tue anche e l’alone del tuo alito
tra l’inimicizia del tuo inguine e le cavità delle tue vene
tra le cosce delle tue carezze e l’odore del tuo cuore
tra il genio delle tue ginocchia e il nome del numero
dell’ombelico della tua ombra


traduzione alfredo riponi e rita r. florit




La nuit commence

InAlfredo Riponi, Ariane Dreyfus, rita r. florit, traduzioni su 4 novembre 2009 a 11:17 pm


La nuit commence.

Berçant la vie et berçant la mort
Entre les draps.

Mais un doigt s’enfonce
Pour rejoindre l’étoile vraiment solitaire.

Elle se contracte, c’était donc l’anémone
— mouillée par moi, pas par la mer —
Qu’il faut lécher
Lorsque la langue comme l’enfance

A tout le temps.

Courbant ma pensée, je viens sourire dans les poils,
Une vraie joie sans raconter d’histoire.

Tu appuies tes fesses, un peu froid.
Embrasse-moi pour que la nuit ne me défigure pas.

Ariane Dreyfus, Le périlleux retour, in L’Inhabitable, Éditions Flammarion, Collection Poésie, 2006.

*

Incomincia la notte.

Cullando la vita e cullando la morte
Tra le lenzuola.

Ma un dito affonda
A raggiungere la sola solitaria stella.

Si contrae, era dunque l’anemone
— bagnata da me, non dal mare —
Che bisogna leccare
Quando la lingua come l’infanzia

Ha tutto il tempo.

Curvando il mio pensiero, sorrido tra i peli,
una vera gioia senza raccontare storie.

Appoggi le tue natiche, un po’ freddo
Abbracciami affinché la notte non mi sfiguri.


Traduzione Alfredo Riponi e Rita R. Florit


Ipnologue

InAlain Jouffroy, Alfredo Riponi, Giacomo Cerrai, rita r. florit, traduzioni su 24 aprile 2009 a 12:05 am

Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)

Jouffroy Hypnologue

Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della Storia

Qui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…

Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).

È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.

Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.”

“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.

“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / [...] / noi vediamo partire ogni cosa’.

Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.

“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.

* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.


Traduzione Alfredo Riponi, con la collaborazione di Giacomo Cerrai e Rita R. Florit


Nota introduttiva Alfredo Riponi e Giacomo Cerrai


***


Ipnologo

In principio,

Non c’era alcun ordine.

Tutto era banale e piatto nel caos,

Salvo gli aghi della sofferenza.

In principio,

Il mondo era sovraccarico di rovi.

Mai l’orizzonte si apriva,

La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.

In principio,

Tutto era ridicolo,

Odiosamente arduo, imperfetto,

Odiosamente fiero della propria imperfezione,

Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.

In principio, era l’infanzia, i suoi odi,

Il suo ostinato ottenebrarsi.

Niente testimoniava da nessuna parte

L’oltrepassare dello zero.

In principio,

L’impurità regnava sovrana.

Nessuno osava contraddire l’infelicità

Che stringeva il cuore in una morsa.

Il comandava dovunque al .

Dovunque le sue orde, le sue milizie,

Le sue superstizioni malevole.

L’ingiustizia essendo la sola legge,

Tutto sembrava naturale,

Nell’ordine delle cose:

Il peggio e il poco che ci sfuggono,

L’orrore e l’errore inosservati.

Mai la vita è stata così pesante

In questi secoli dove nessuno ha volato -

Salvo in sogno.

Questi inizi sono durati così a lungo

Che li si credeva eterni,

Embricati definitivamente nel tempo.

Nessuno li ha dominati:

Tutto era asservito alla loro ripetizione.

Le comete erano inchiodate,

La terra non girava

Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,

Cinico.

Poi il mondo si svuotò,

Divenne buco.

Ogni uomo era un buco in un buco.

Una notte,

Qualcosa si è incrinato nel freddo

E la mattina, il cielo ha fischiato.

Nessuno sa più quando,

Qualcuno l’ha notato. Segnato.

Come se l’orecchio del cielo si stappasse,

Un mondo vuoto si è rotto come una noce.

Quale era questa terra

Che cominciava a vacillare nelle teste?

Quali, questo cielo, questo sole,

Questa notte stellata, che si muovevano,

Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?

Questo è durato più di cento anni -

Trecento diciassette forse -

In cui le mucche continuavano a ruminare.

Ma lo scivolare di una porta scorrevole

Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.

Nessuno soffocava più lo spazio:

Non si incarcerava più il sole,

La terra divorziava dalla terra

E gli uomini, senza averne l’aria,

Si rivoltavano contro il punto supremo:

L’uomo.

Furono strani secoli

Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.

Le donne fuggivano dalle donne impazzite.

Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.

Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.

Tutto divenne possibile, anche la virtù.

L’impossibile si avvicinò.

Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,

Esplorare i propri errori.

Le menzogne reinventavano una libertà

Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.

La libertà arrivò a rovesciare

Le strane stanze della verità.

Di colpo le parole divennero effimere -

Come i poteri.

La lingua sciolta sciolse la follia,

Ognuno divenne la propria espropriazione.

Prudente era ancora la sconfitta,

Ma micidiale per gli immoti.

“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.

La follia smise d’essere un caso:

Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,

Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.

L’occhio stesso girò intorno al sole

Prima di lasciarlo per altre costellazioni.

Le notti si fecero più voluttuose,

Anche in prigione.

La rivoluzione cadde dal cielo,

Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo

Nel crepuscolo che subentrò,

Là dove il sangue cementava gli eroi,

Nessuno osò criticare i propri crimini.

Criminali intentarono il processo alla ragione

Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,

Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.

La rivoluzione non fu la rivelazione.

Nel crepuscolo che subentrò -

Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,

Chi ha saputo vedere

Che ci guardava nella sua cecità?

Che ci ascoltava nella sua sordità

Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?

Per sempre i leoni erano liberati.

Nel crepuscolo che subentrò,

La loro criniera, fatta di frasi,

Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.

Il verbo rivoluzionario risuscitò,

Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.

Viviamo oggi nell’ombra

Delle parole che l’hanno fatto tacere.

Appostati, in agguato, in guardia -

Come ci si prepara dormendo alla guerra

Che nessuno ha ancora fomentato:

La guerra degli uomini contro la dittatura,

Lo scandalo del sacro.

Quest’oggi durerà anche vent’ anni

Prima che trionfi

Del peso multisecolare della realtà.

Ma cosa faccio, quando lo dico?

Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?

Cerco il suo nome,

Scrivo nell’attesa di questo nome

E irrido – nome:

Seriamente mi prendo gioco della malinconia

Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.

Ogni notte intravedo la mia nuova alba.

La fortuna di questa guerra,

La sento come un riso idiota -

Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.

L’ateo non si consacra un culto,

Altrimenti diventa dio.

L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,

Se no perde i suoi occhi.

L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.

Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

Vado in quella direzione, come si va al mare -

Correndo.

Mi butto – come nell’amore.

Non amo in me che questo riso

Che dice no

A tutte le passività.

Non si vede più niente accadere.

Io vedo

Tu vedi

Egli vede

Vediamo scomparire ogni cosa.

Per la prima volta, noi pensiamo.


Gennaio-febbraio 1990, Parigi


***


Hypnologue


Au début,

Il n’y avait aucun ordre.

Tout était banal et plat dans le chaos,

Sauf les aiguilles de la souffrance.

Au début,

Le monde était surchargé de ronces.

Jamais l’horizon ne s’ouvrait,

La métempsycose allait du même au même.

Au début,

Tout était ridicule,

Odieusement malaisé, imparfait,

Odieusement fier de son imperfection,

Le communisme des choses s’imposait en vrac.

Au début, c’était l’enfance, ses haines,

Son obnubilation obstinée.

Rien ne prouvait nulle part

Le dépassement du zéro.

Au début,

L’impureté régnait comme un pape.

Nul n’osait contredire le malheur

Qui tenait le cœur dans un étau.

Oui commandait partout à oui.

Partout ses hordes, ses milices,

Ses superstitions malveillantes.

L’injustice étant la seule loi,

Tout semblait naturel,

Allant de soi :

Le pire et le peu qui nous en échappe,

L’horreur et l’erreur inaperçues.

Jamais la vie n’a été si lourde

Dans ces siècles où personne n’a volé -

Sauf en rêve.

Ces débuts ont duré si longtemps

Qu’on les croyait éternels,

Définitivement imbriqués au temps.

Nul ne les a dominés :

Tout était asservi a leur répétition.

Les comètes étaient clouées,

La terre ne tournait pas

Sous l’œil-dieu d’un soleil monarchien,

Cynique.

Puis le monde se vida,

Devin trou.

Chaque homme était un trou dans un trou.

Une nuit,

Quelque chose s’est fêlé dans le froid

Et le matin, le ciel a sifflé.

Nul ne sait plus quand,

Quelqu’un l’a remarqué. Marqué.

Comme si l’oreille du ciel se débouchait,

Un monde vide s’est cassé comme une noix.

Quelle était cette terre

Qui commençait à vaciller dans les têtes ?

Quels, ce ciel, ce soleil,

Cette nuit étoilée qui s’ébranlaient,

Tirant derrière eux tous les trains du temps arrêté ?

Cela a duré plus de cent ans -

Trois cent dix-sept peut-être -

Où les vaches continuaient de ruminer.

Mais un glissement de porte coulissante

Changeait la place de ce tapis volant, si lent.

Nul ne jugulait plus l’espace :

On n’emprisonnait plus le soleil,

La terre divorçait de la terre

Et les hommes, sans en avoir l’air,

Se révoltaient contre le point suprême :

L’homme.

Ce furent des siècles étranges

Où chacun devint étranger à soi.

Les femmes s’enfuyaient des femmes affolées.

Mille Mozarts mouraient de rire dans le salon des dieux.

L’envers du monde montra son cul.

Tout devint possible, même la vertu.

L’impossible se rapprocha.

Il fut possible à chacun de se tromper,

D’explorer ses propres erreurs.

Les mensonges réinventaient une liberté

Qui n’avait agi que dans l’imagination.

La liberté en vint à renverser

Les curieux cabinets de la vérité.

Du coup les mots devinrent éphémères -

Comme les pouvoirs.

La langue déliée délia la folie,

Chacun devint sa propre expropriation.

Prudente encore était la débâcle,

Mais meurtrières aux immobiles.

« Vite, plus vite » disait le bourreau.

La folie cessa d’être un cas :

On ne regarda plus les rois du même œil,

Le jour où un petit géomètre devint empereur.

L’œil lui-même tournai autour du soleil

Avant de le quitter pour d’autres constellations.

Les nuits se firent plus voluptueuses,

Même en prison.

La révolution tomba du ciel,

Sa table de lois s’éparpilla sur le monde

Et dans le crépuscule qui lui succéda,

Là ou le sang cimentait les héros,

Nul n’osa critiquer ses propres crimes.

Des criminels intentèrent le procès de la raison

Et de faiblesse en audace, de crime en vertu,

Chacun oublia de corriger sa propre aberration.

La révolution ne fut pas la révélation.

Dans le crépuscule qui lui succéda -

Qui a su voir, après son extinction,

Qui a su voir

Qu’elle nous regardait dans sa cécité ?

Qu’elle nous écoutait dans sa surdité

Jusque dans l’intimité de nos lâchetés ?

Pour toujours les lions étaient lâchés.

Dans le crépuscule qui succéda,

Leur crinière, faite de phrases,

A désarçonné à jamais la fin du monde.

Le verbe révolutionnaire en ressuscita,

Un ordre discontinu en est né : nu.

Nous vivons aujourd’hui dans l’ombre

Des mots qui l’ont fait taire.

À l’affût, aux aguets, dans le guet -

Comme on se prépare en dormant à la guerre

Que personne n’a encore fomentée :

La guerre des hommes contre la dictature,

Le scandale du sacré.

Cet aujourd’hui durera bien vingt ans

Avant qu’elle ne triomphe

Du poids multiséculaire de la réalité.

Mais qu’est-ce que je fais, quand je le dis ?

Que se passe-t-il dans le silence de mes aujournuits ?

Je cherche son nom,

J’écris dans l’expectative de ce nom

Et je me moque – nom :

Sérieusement je me joue de la mélancolie

De ceux qui ne croient ni aux noms, ni aux mots, dits.

Chaque nuit je vise ma nouvelle aube.

La chance de cette guerre,

Je la ressens comme un rire idiot -

Le rire qui dispense de l’effort de devenir.

L’athée ne se voue pas un culte,

Sinon il devint dieu.

L’athée ne recule pas devant le vide,

Sinon il perd ses yeux.

L’athée désobéit à la peau de ses peurs.

Tel, le paysage que découvre le mur percé.

En anéantissant son propre pouvoir,

On agrandit le voir.

Mais le voir est un autre pouvoir

Dont nul ne s’est emparé.

J’y vais, comme on va à la mer -

En courant.

Je m’y jette – comme dans l’amour.

Je n’aime en moi que ce rire

Qui dit non

À toute les passivités.

On ne voit plus rien venir.

Je vois

Tu vois

Il voit

Nous voyons tout partir.

Pour la première fois, nous pensons.

Janvier-février 1990, Paris


anche su

Lessnes

Imperfetta Ellisse

Poiché l’attesa…

InAlfredo Riponi, rita r. florit su 10 gennaio 2009 a 10:35 pm

“Poiché l’attesa s’inoltra profondamente nell’aperto” (M. Heidegger)

Ho una piccola dimora acquisita
nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.
Pur circondandomene mal li distinguo,
se stordita appena li avverto.
Strada,l’attraversai rincorrendomi.
Riposi le stelle nell’armadio
per attenermi meglio al presente.
Ma il dubbio assiduo mi corrode
che l’unica dimora è nel pensiero,
poiché non volli abbandonarmi
agli Abbandoni che rivelano.
Votata a promesse di ritorni
non fui che povera cosa,
anche se abbagliai con fulgore di rosa.

*

Se accanto a te tornassi per un poco
chissà se ti ritroverei, tutto è cambiato.
Se camminandoti ancora a fianco
ti riconoscessi… Che scacco!
M’allontanai così volutamente
dalla tua casa di musica e di roccia
che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva.
Il ritorno si sa, ha odore acre di sconfitta,
o resa, quando tornare è rientrare,
farsi contenere.
“Poiché l’attesa s’inoltra
profondamente nell’aperto”
è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Rita R. Florit, Lezioni inevitabili, LietoColle2005

*

Ho una piccola dimora acquisita / nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.

Il sentiero percorso dalla filosofia occidentale, dalla metafisica, nella perdita del cielo e degli dèi, è il sentiero della Notte. Nell’apparire dell’essere e del niente, è il mondo che è chiamato alla luce.

Pur circondandomene mal li distinguo, / se stordita appena li avverto.

Mal si distingue questo luogo che è il mondo nella Notte dell’essere.

“Per la prima volta le cose vengono alla luce nella Notte, e i colori, i suoni, il sole, la luna, la vita e la morte” (EN).

Strada, l’attraversai rincorrendomi. / Riposi le stelle nell’armadio / per attenermi meglio al presente.

Dal passato al futuro attraverso il mondo, la strada, il sentiero del Giorno, il presente. Le stelle sono gli ultimi detriti dell’Olimpo, il presente dell’uomo nega questo passato, lo accantona.

“Il nichilismo è la celebrazione della penuria dell’esistenza: l’esistenza di qualcosa esige l’inesistenza (la nientità) del suo opposto; l’esistenza del presente esige l’inesistenza del passato e del futuro. Al di fuori del nichilismo, gli opposti non si contendono l’esistenza, ma la godono insieme. Il passato e il futuro sono: come il presente” (EN).

Ma il dubbio assiduo mi corrode / che l’unica dimora è nel pensiero

È il pensiero che fa della terra l’unica dimora e il rifugio dell’uomo, il mondo, nella sua solitudine.

“La solitudine della terra è negazione della verità dell’essere; ma solo nella verità dell’essere appare ciò che la solitudine è. Il mondo testimonia la solitudine della terra – e la solitudine è l’inconscio del mondo” (EN).

Poiché non volli abbandonarmi / agli Abbandoni che rivelano

Votata a promesse di ritorni non / fui che povera cosa, anche se / abbagliai con fulgore di rosa.

L’abbandono rivela solo quello che è: l’abbandono della casa del padre e il sottrarsi al destino. Ma l’abbandono al quale non ci si abbandona non esclude il ritorno, la riconciliazione. L’abbagliamento del corpo nasconde essenzialmente la solitudine dell’uomo. “Il nostro corpo – che appartiene alla solitudine della terra – si mantiene certamente in una sorta di prossimità all’apparire; le sue assenze da questo sono ogni volta seguite da un ritorno, e il ritorno nell’apparire accade anche ogni qualvolta noi confidiamo nel suo accadimento” (EN).

Se accanto a te tornassi per un poco / chissà se ti ritroverei, / tutto è cambiato.

Se camminandoti ancora a fianco / ti riconoscessi… Che scacco!

M’allontanai così volutamente / dalla tua casa di musica e di roccia /che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva

L’allontanamento dalle cose più prossime, dalla bellezza, dal gusto, dalla solidità della roccia per andare verso l’Altrove, l’incognita dell’Altro da sé.

“Noi possiamo volere qualcosa – la casa, il cibo, l’amore – solo in quanto vogliamo innanzitutto l’orizzonte, all’interno del quale possono comparire le singole cose che vogliamo. L’accadimento della terra è l’orizzonte originariamente voluto, in cui è voluta ogni cosa che vogliamo” (EN).

Il ritorno si sa, ha odore acre / di sconfitta, o resa, quando tornare / è rientrare, farsi contenere.

Il ritorno è un andare di nuovo all’infanzia, dove si ritrovano le persone e le cose da amare, come nella poesia di Rilke “Dura il ricordo -: forse in una pioggia, / ma non sappiamo ritrovarne il senso”, dove il ricordo non si spegne mai.

“La descrizione della terra, così come appare attualmente, è la descrizione della solitudine. Il modo in cui le altre persone umane sono corpo e comportamento e vengono in relazione al mio corpo e al mio comportamento, viene condotto nell’apparire dal modo in cui ho accolto l’offerta della terra. Così il corso seguito dalle stelle, dal sole e dalle stagioni; così il distendersi dello spazio attorno ai miei occhi e il radunarsi dei colori e dei suoni” (EN).

“Poiché l’attesa s’inoltra / profondamente nell’aperto” / è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Il discorso filosofico è apertura al mondo. Il discorso biologico è solipsistico, viviamo per mantenere la struttura biologica, siamo programmati, fin dalla fecondazione dell’ovulo, a questo fine, la ragion d’essere d’ogni struttura vivente è essere.

“La verità dell’essere si manifesta in una pluralità di aperture. Come possibilità di questa pluralità di aperture, la struttura originaria della verità dell’essere non ha nulla a che vedere col solipsismo. Il solipsismo è la negazione di questa possibilità. […]

Ma ciò non vuol dire che sulla terra non sia possibile un altro modo di vivere oltre quello costituito dallo sviluppo biologico, e che i colori, i suoni, le forme, i profumi, i piaceri non possano apparire che all’interno di tale sviluppo, e che la stessa nascita e morte del corpo non possano che racchiudere gli spettacoli della terra tra un’oscurità iniziale e un’oscurità terminale.

L’uomo ha sempre tentato di evadere dallo sviluppo biologico, come unico modo di vivere sulla terra. Il nutrirsi, l’unione dei sessi, l’abitare e il mantenimento del fuoco, la caccia, il lavoro, la guerra e la pace, la festa sono vissuti dai popoli primitivi all’interno di un tempo sacro, dove l’uomo vive da immortale e si lascia alle spalle il tempo profano dello sviluppo biologico. […]” (EN).

Nota: EN, Severino – Essenza del Nichilismo.


Alfredo Riponi



Espiritual

InAlfredo Riponi, Pierre Jean Jouve, rita r. florit, traduzioni su 22 luglio 2008 a 6:12 pm

 

ESPIRITUAL
 

Après un siècle la figure de la soie

Qui retenait le ventre avait été brulée

Mais la lettre mise en contact avec le nard

Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.


 

Pierre Jean Jouve Matière céleste


 

***


 

Dopo secoli la forma della seta

Che cingeva il ventre era stata bruciata

Ma la lettera in contatto col nardo

Chiusa in un forziere ancora

L’intimo odorava attraverso il ferro.

 


<!–[if !supportLineBreakNewLine]–>
<!–[endif]–>

traduzione rita r. florit e alfredo riponi

 

  

 

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.