sottopelle

Non le restò che acquattarsi sotto il madido cielo nei boschi di braci del suo cuore

Archivio per la categoria ‘Massimo Sannelli’

Pubblicato da ritaflorit su 29 Maggio 2009


L’odore dell’argine negli occhi
è  maggio dissolto  in giugno
nel sogno sospeso acciaio
passi  di vite in corsa
e il guado  dell’avvicinamento
è dolcezza  muta  unghiata
strada  lacrima  che ci separa.

a Rati
a Massimo


.

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Prometeo

Pubblicato da ritaflorit su 20 Gennaio 2009

di Massimo Sannelli


(l’apice non è questo:

vi è un dio molto forte,

e lo si lascia solo

qui – contro la sua voglia.

dico: l’apice è questo

fiume della giustizia

in me – come io voglio.

l’amico invoca amici

buoni. io prego per questo).

*

[come Ermes]

parola di Ermes: prima il padre Zeus

affonderà tra pietre rovinate

il tuo corpo; e non sarai più visto.

vedrai la luce ancora. parla Ermes

per Zeus: il padre Zeus vorrà che il cane

sacro, alato, l’aquila

ti apra il corpo e venga a divorare

la tua mente: ogni giorno. ed Ermes

parla per Zeus: la bocca

di un dio è vera. bocca di Zeus – Ermes -

parla. qui Ermes parla: guarda, guarda

intorno a te. chi vedi? e il tuo orgoglio

non si può limitare? e quanto vale?

[come Prometeo]

Prometeo dice ad Ermes: Zeus, un giorno,

sarà umiliato dalle nuove nozze,

che farà. io solo vedo il suo futuro.

oggi è in pace. che sia tranquillo ora

non conta. un giorno cadrà anche Zeus.

Zeus avrà un figlio forte ed invincibile -

e questo figlio può umiliare il fulmine

del cielo. ora il signore Zeus impara

che uno regna e l’altro è servo, e i due

non sono uguali. e adesso dici io parlo

da pazzo, io urlo come uno che odia

e spera teme odia ancora. ma

quello che dico avviene. è un fatto vero:

così è vero che io – anch’io – lo voglio.

Zeus è tranquillo, Zeus è in pace. tra

poco, Zeus non sarà più un capo: un dio

toglie e dà, un giovane può uccidere

e cadere. è annientato. e io lo voglio.

*

dico che è troppo facile

amare da lontano.

io li amavo. li amavo

tutti da vicino. e tu? anche tu

mi ami? e dici sàlvati.

per mia volontà libera io mi sono

esposto a questa fine. per mia colpa.

per la mia volontà e la mia colpa,

è vero. io non credevo mai             che questa

ora venisse. perché?                     non sapevo?

allontanavo sempre questo tempo.

*

se un uomo – un dio no – alla finestra

vede dall’altra parte           c’è       una donna,

alla finestra.          stende i panni, è sola,

piegati i seni verso i fili e non

sa che è guardata.             è un giorno dell’estate

più calda. è agosto. è quasi nuda. quello

che vede i dieci istanti della scena

sa                         che la scena dura poco, ma

guarda e guarda. va bene. e dopo?                        un solo

minuto toglie tutto: non toccare,

solo vedere, e non vedere più,

mai.          diciamo che l’onda piange quando

si spezza a riva e le sorgenti d’acqua

ti chiedono la stessa pietà: io credo.

molti uomini  nuovi

nascono; ed altri dopo. e questo è bene.

ho fatto cose buone.          ho suscitato

arte e pietà,           e medicina e genio

tra i piccoli: i fratelli certo sono

molto diversi da me.                      io lo so bene.

ho fatto tutto e sùbito.        rallègrati!

rallègrati! sii forte!

*

un dio divide.         un uomo non può osare

unire ancora quello che un dio scioglie.

il dio separa e l’uomo non può unire

quello che un dio divide:     e un altro Dio

si muove   per amore:

soltanto la pietà

lo inchioda fisso ad una sedia,        ad una

sede;         e morto, è.        la mancanza di stile

è quando ama; e troppo rumore, credo.

le sorelle che guardano oggi hanno

rispetto della forza;

che io sono.           e anche fratelli

hanno questa pietà.

«il principio delle opere è la mente»

se c’è. il suo fine è non avere limiti.

le sorelle e i fratelli

guardano queste cose?

*

un giorno avrete visto

che un uomo         esce dall’acqua

vivo.         è il nuovo spettacolo

io vedo.     quello è un vivo,

dentro l’acqua;      e fuori

osserva i panni andati,

ma sono asciutti – è morto -

allora è morto, è vivo

anche lui. anche lui

è morto.    perché è andato?

e no, c’è ancora    è ancora

vivo. che cosa c’entra?

[fervore, ansimando, esagerato]

che cosa c’entra? allegro!

la mia pace è con te!

[moderandosi]

una sirena in una

parte di mare grida

è lui          è lui      èeh

è lui, è lui              e ritorna

l’uomo. figlio dell’uomo,

non vuoi restare in vita?

figlio della smarrita!

e tu, senza il tuo simile.

*


Questo nuovo Prometeo, in metrica tradizionale, si basa sulla tragedia di Eschilo, ma accentua la debolezza di chi è isolato. In pratica, qui parla la figura precristiana degli ultimi Cahiers di Simone Weil. Oggi le donne del Coro, Efesto, Ermes non ci sono più: quindi esistono come ombre – incoraggianti o brutali – del solo Prometeo. In questo caso, il «monologo» tiene fede alla natura del suo nome: parla uno, parla soltanto, e parla da solo. Parla nell’ossessione del soffrire «per mano degli dèi»: «anche se sono un dio». Dunque non tutti gli dèi sono uguali, e non tutti gli dèi sono giusti, di fronte a chi ha «dato tutto». Prometeo ricorda l’umanità, come se fosse anche un uomo, orgoglioso e autodistruttivo. Nessuno può dire se questo Prometeo sia un malato, un uomo, un dio vero. Avvicinandosi alla fine, il monologo si sfalda, nei suoni e nella sintassi, come se il Silenzio fosse un altro personaggio.

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