Archivio per la categoria ‘rita r. florit’
*Varchi del rosso* su Imperfetta Ellisse
Pubblicato da ritaflorit su 5 Novembre 2009
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La nuit commence
Pubblicato da ritaflorit su 4 Novembre 2009
La nuit commence.
Berçant la vie et berçant la mort
Entre les draps.
Mais un doigt s’enfonce
Pour rejoindre l’étoile vraiment solitaire.
Elle se contracte, c’était donc l’anémone
— mouillée par moi, pas par la mer —
Qu’il faut lécher
Lorsque la langue comme l’enfance
A tout le temps.
Courbant ma pensée, je viens sourire dans les poils,
Une vraie joie sans raconter d’histoire.
Tu appuies tes fesses, un peu froid.
Embrasse-moi pour que la nuit ne me défigure pas.
Ariane Dreyfus, Le périlleux retour, in L’Inhabitable, Éditions Flammarion, Collection Poésie, 2006.
*
Incomincia la notte.
Cullando la vita e cullando la morte
Tra le lenzuola.
Ma un dito affonda
A raggiungere la sola solitaria stella.
Si contrae, era dunque l’anemone
— bagnata da me, non dal mare —
Che bisogna leccare
Quando la lingua come l’infanzia
Ha tutto il tempo.
Curvando il mio pensiero, sorrido tra i peli,
una vera gioia senza raccontare storie.
Appoggi le tue natiche, un po’ freddo
Abbracciami affinché la notte non mi sfiguri.
Traduzione Alfredo Riponi e Rita R. Florit
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Registro di Poesia#2 Edizioni d’If
Pubblicato da ritaflorit su 6 Ottobre 2009

Esiste questa forza contrapposta
che scaglia temperanza oltre i confini,
convoca asciutte nubi primordiali,
calcina freschi cieli inappagati.
Si sfrangeranno ai bordi del Consueto
le resistenze inutili del fare,
arrugginito remo che s’incaglia.
.
Rita R. Florit da “Tenaci Disperazioni”
Registro di Poesia #2, Edizioni d’if 2009
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Pierre Jean Jouve
Pubblicato da ritaflorit su 7 Settembre 2009
Traverse d’un cri mon cerveau, hirondelle aux quatre
douleurs
C’est aujourd’hui le plus ancien printemps
Dans le ciel gris la croix grise du convent
Et la tempête a métamorphosé les verdures.
*Deserts* da les Noces (1925-1931)
Rondine di dolori, trafiggi con un grido il mio cervello
Oggi è la più antica primavera
Nel cielo grigio la croce grigia del convento
E la tempesta ha trasmutato il verde.
traduzione di rita r. florit
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nella notte
Pubblicato da ritaflorit su 10 Luglio 2009
Nella notte l’occhio elettrico
della lampada illumina il libro chiuso
del silenzio. Sulla strada del tempo
i miei percorsi rallentano il passo.
Non così la rosa che a maggio
ritorna, né il mare che lambisce la riva.
Non così la stella che giglia il cielo
notturno, e il buio l’ama
perché ne è stato accecato.
°
rita r. florit
da * Registro di Poesia n°2* a cura di Gabriele Frasca
Edizioni d’If , 2009

°
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Pubblicato da ritaflorit su 29 Maggio 2009
L’odore dell’argine negli occhi
è maggio dissolto in giugno
nel sogno sospeso acciaio
passi di vite in corsa
e il guado dell’avvicinamento
è dolcezza muta unghiata
strada lacrima che ci separa.
a Rati
a Massimo
.
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A Paola, un anno dopo
Pubblicato da ritaflorit su 19 Maggio 2009
Ho ripensato spesso ai nostri incontri
ricordo qull’asprezza che mi punse
svanì in un senso d’allontanamento
e forse a me vicina mai lo fosti…
Sognavi nei pensieri avviluppati
ridevi a volte infine mi seguivi
negli occhi le tue rondini di giugno
le vidi che sfecciavano leggere.
Mi resta come spina la tua voce
la mia promessa l’ultimo saluto.
à
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Pubblicato da ritaflorit su 12 Maggio 2009

parole in forma di colore
a cura di Francesca Pietracci
visioni nella poesia di
Rita R. Florit
con proiezione delle videopoesie
Lezioni inevitabili (2005)
Varchi del rosso (2006)
TwinVideo: Air-TuttoXaria (2008)
OPENING
sabato 16 maggio 2009 – ore 19:00
fino al 7 giugno 2009
Bibliothé Contemporary Art
via Celsa, 5 (piazza del Gesù) Roma – 06.6781427
lunedì>venerdì 12:00>20:00 – sabato 18:00>24:00
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Nel respiro
Pubblicato da ritaflorit su 1 Maggio 2009
Nel respiro
(inedito)
Cosa nuda erode cose
Ora il calice è versato,
la luce indietreggia
il seme bianco bevuto carezza
bianca alla pelle resa.
Insepolto al grido il racconto
fiero in archi scinti, screpola
la spada l’angelo-cielo,
fissa la pupilla nella sponda e la schiena
a macchie fissa in marmo
orrore di carità e spoglie lente
la vena erosa, tu sei il germoglio
il figlio caduto nel grembo
in trapasso di battito, mano e vena.
Padre, un altro padre e un battito
che la mano incarna
nel legno che non arde la distanza
si piega alla foce del respiro la fonte
si adagia al pensiero, cibo che affossa
la carne in aliti fissi, in respiri scelti.
Ora la scelta murante la mano
aperto incanto
il precipizio del bianco sommuove
il perdono creduto ombra caduta
il pane fatto dimora
la linea sepolta celebra la traccia
il vento taciuto e lasciato disteso
nella vena in vento in vena
il letto ha sbarre, il muro il tuo sangue
la ferita ricama la fronte
il sangue la vernice
e l’ombra del trapasso incide la morte
nel gesto che si distende alla fonte
nulla è naturale manca il padre
che alimenta l’impasto del figlio
l’organo uomo chiamato Paolo
caviglie sottili, occhio chiaro
la mano il battito mano e il respiro
la vista nel respiro, solo il petto
si alza, si distende e alza il petto
e il fiato di chi guarda
e l’ombra non è più vergine
il corpo non più corpo
organo indifeso agli abbracci
la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro
…………………………………………………
*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »
Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.
Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».
Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »
Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »
Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »
L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.
*Nel sangue* c’è un urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».
*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »
Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »
Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »
E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».
rita r. florit
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Ipnologue
Pubblicato da ritaflorit su 24 Aprile 2009

Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)
Jouffroy Hypnologue
Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della Storia
Qui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…
Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).
È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.
Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.”
“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.
“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.
Annientando il proprio potere,
Si allarga la vista.
Ma il vedere è un altro potere
Di cui nessuno si è impadronito.
On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / [...] / noi vediamo partire ogni cosa’.
Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.
“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.
* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.
Traduzione Alfredo Riponi, con la collaborazione di Giacomo Cerrai e Rita R. Florit
Nota introduttiva Alfredo Riponi e Giacomo Cerrai
***
Ipnologo
In principio,
Non c’era alcun ordine.
Tutto era banale e piatto nel caos,
Salvo gli aghi della sofferenza.
In principio,
Il mondo era sovraccarico di rovi.
Mai l’orizzonte si apriva,
La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.
In principio,
Tutto era ridicolo,
Odiosamente arduo, imperfetto,
Odiosamente fiero della propria imperfezione,
Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.
In principio, era l’infanzia, i suoi odi,
Il suo ostinato ottenebrarsi.
Niente testimoniava da nessuna parte
L’oltrepassare dello zero.
In principio,
L’impurità regnava sovrana.
Nessuno osava contraddire l’infelicità
Che stringeva il cuore in una morsa.
Il Sì comandava dovunque al sì.
Dovunque le sue orde, le sue milizie,
Le sue superstizioni malevole.
L’ingiustizia essendo la sola legge,
Tutto sembrava naturale,
Nell’ordine delle cose:
Il peggio e il poco che ci sfuggono,
L’orrore e l’errore inosservati.
Mai la vita è stata così pesante
In questi secoli dove nessuno ha volato -
Salvo in sogno.
Questi inizi sono durati così a lungo
Che li si credeva eterni,
Embricati definitivamente nel tempo.
Nessuno li ha dominati:
Tutto era asservito alla loro ripetizione.
Le comete erano inchiodate,
La terra non girava
Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,
Cinico.
Poi il mondo si svuotò,
Divenne buco.
Ogni uomo era un buco in un buco.
Una notte,
Qualcosa si è incrinato nel freddo
E la mattina, il cielo ha fischiato.
Nessuno sa più quando,
Qualcuno l’ha notato. Segnato.
Come se l’orecchio del cielo si stappasse,
Un mondo vuoto si è rotto come una noce.
Quale era questa terra
Che cominciava a vacillare nelle teste?
Quali, questo cielo, questo sole,
Questa notte stellata, che si muovevano,
Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?
Questo è durato più di cento anni -
Trecento diciassette forse -
In cui le mucche continuavano a ruminare.
Ma lo scivolare di una porta scorrevole
Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.
Nessuno soffocava più lo spazio:
Non si incarcerava più il sole,
La terra divorziava dalla terra
E gli uomini, senza averne l’aria,
Si rivoltavano contro il punto supremo:
L’uomo.
Furono strani secoli
Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.
Le donne fuggivano dalle donne impazzite.
Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.
Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.
Tutto divenne possibile, anche la virtù.
L’impossibile si avvicinò.
Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,
Esplorare i propri errori.
Le menzogne reinventavano una libertà
Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.
La libertà arrivò a rovesciare
Le strane stanze della verità.
Di colpo le parole divennero effimere -
Come i poteri.
La lingua sciolta sciolse la follia,
Ognuno divenne la propria espropriazione.
Prudente era ancora la sconfitta,
Ma micidiale per gli immoti.
“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.
La follia smise d’essere un caso:
Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,
Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.
L’occhio stesso girò intorno al sole
Prima di lasciarlo per altre costellazioni.
Le notti si fecero più voluttuose,
Anche in prigione.
La rivoluzione cadde dal cielo,
Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo
Nel crepuscolo che subentrò,
Là dove il sangue cementava gli eroi,
Nessuno osò criticare i propri crimini.
Criminali intentarono il processo alla ragione
Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,
Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.
La rivoluzione non fu la rivelazione.
Nel crepuscolo che subentrò -
Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,
Chi ha saputo vedere
Che ci guardava nella sua cecità?
Che ci ascoltava nella sua sordità
Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?
Per sempre i leoni erano liberati.
Nel crepuscolo che subentrò,
La loro criniera, fatta di frasi,
Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.
Il verbo rivoluzionario risuscitò,
Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.
Viviamo oggi nell’ombra
Delle parole che l’hanno fatto tacere.
Appostati, in agguato, in guardia -
Come ci si prepara dormendo alla guerra
Che nessuno ha ancora fomentato:
La guerra degli uomini contro la dittatura,
Lo scandalo del sacro.
Quest’oggi durerà anche vent’ anni
Prima che trionfi
Del peso multisecolare della realtà.
Ma cosa faccio, quando lo dico?
Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?
Cerco il suo nome,
Scrivo nell’attesa di questo nome
E irrido – nome:
Seriamente mi prendo gioco della malinconia
Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.
Ogni notte intravedo la mia nuova alba.
La fortuna di questa guerra,
La sento come un riso idiota -
Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.
L’ateo non si consacra un culto,
Altrimenti diventa dio.
L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,
Se no perde i suoi occhi.
L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.
Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.
Annientando il proprio potere,
Si allarga la vista.
Ma il vedere è un altro potere
Di cui nessuno si è impadronito.
Vado in quella direzione, come si va al mare -
Correndo.
Mi butto – come nell’amore.
Non amo in me che questo riso
Che dice no
A tutte le passività.
Non si vede più niente accadere.
Io vedo
Tu vedi
Egli vede
Vediamo scomparire ogni cosa.
Per la prima volta, noi pensiamo.
Gennaio-febbraio 1990, Parigi
***
Hypnologue
Au début,
Il n’y avait aucun ordre.
Tout était banal et plat dans le chaos,
Sauf les aiguilles de la souffrance.
Au début,
Le monde était surchargé de ronces.
Jamais l’horizon ne s’ouvrait,
La métempsycose allait du même au même.
Au début,
Tout était ridicule,
Odieusement malaisé, imparfait,
Odieusement fier de son imperfection,
Le communisme des choses s’imposait en vrac.
Au début, c’était l’enfance, ses haines,
Son obnubilation obstinée.
Rien ne prouvait nulle part
Le dépassement du zéro.
Au début,
L’impureté régnait comme un pape.
Nul n’osait contredire le malheur
Qui tenait le cœur dans un étau.
Oui commandait partout à oui.
Partout ses hordes, ses milices,
Ses superstitions malveillantes.
L’injustice étant la seule loi,
Tout semblait naturel,
Allant de soi :
Le pire et le peu qui nous en échappe,
L’horreur et l’erreur inaperçues.
Jamais la vie n’a été si lourde
Dans ces siècles où personne n’a volé -
Sauf en rêve.
Ces débuts ont duré si longtemps
Qu’on les croyait éternels,
Définitivement imbriqués au temps.
Nul ne les a dominés :
Tout était asservi a leur répétition.
Les comètes étaient clouées,
La terre ne tournait pas
Sous l’œil-dieu d’un soleil monarchien,
Cynique.
Puis le monde se vida,
Devin trou.
Chaque homme était un trou dans un trou.
Une nuit,
Quelque chose s’est fêlé dans le froid
Et le matin, le ciel a sifflé.
Nul ne sait plus quand,
Quelqu’un l’a remarqué. Marqué.
Comme si l’oreille du ciel se débouchait,
Un monde vide s’est cassé comme une noix.
Quelle était cette terre
Qui commençait à vaciller dans les têtes ?
Quels, ce ciel, ce soleil,
Cette nuit étoilée qui s’ébranlaient,
Tirant derrière eux tous les trains du temps arrêté ?
Cela a duré plus de cent ans -
Trois cent dix-sept peut-être -
Où les vaches continuaient de ruminer.
Mais un glissement de porte coulissante
Changeait la place de ce tapis volant, si lent.
Nul ne jugulait plus l’espace :
On n’emprisonnait plus le soleil,
La terre divorçait de la terre
Et les hommes, sans en avoir l’air,
Se révoltaient contre le point suprême :
L’homme.
Ce furent des siècles étranges
Où chacun devint étranger à soi.
Les femmes s’enfuyaient des femmes affolées.
Mille Mozarts mouraient de rire dans le salon des dieux.
L’envers du monde montra son cul.
Tout devint possible, même la vertu.
L’impossible se rapprocha.
Il fut possible à chacun de se tromper,
D’explorer ses propres erreurs.
Les mensonges réinventaient une liberté
Qui n’avait agi que dans l’imagination.
La liberté en vint à renverser
Les curieux cabinets de la vérité.
Du coup les mots devinrent éphémères -
Comme les pouvoirs.
La langue déliée délia la folie,
Chacun devint sa propre expropriation.
Prudente encore était la débâcle,
Mais meurtrières aux immobiles.
« Vite, plus vite » disait le bourreau.
La folie cessa d’être un cas :
On ne regarda plus les rois du même œil,
Le jour où un petit géomètre devint empereur.
L’œil lui-même tournai autour du soleil
Avant de le quitter pour d’autres constellations.
Les nuits se firent plus voluptueuses,
Même en prison.
La révolution tomba du ciel,
Sa table de lois s’éparpilla sur le monde
Et dans le crépuscule qui lui succéda,
Là ou le sang cimentait les héros,
Nul n’osa critiquer ses propres crimes.
Des criminels intentèrent le procès de la raison
Et de faiblesse en audace, de crime en vertu,
Chacun oublia de corriger sa propre aberration.
La révolution ne fut pas la révélation.
Dans le crépuscule qui lui succéda -
Qui a su voir, après son extinction,
Qui a su voir
Qu’elle nous regardait dans sa cécité ?
Qu’elle nous écoutait dans sa surdité
Jusque dans l’intimité de nos lâchetés ?
Pour toujours les lions étaient lâchés.
Dans le crépuscule qui succéda,
Leur crinière, faite de phrases,
A désarçonné à jamais la fin du monde.
Le verbe révolutionnaire en ressuscita,
Un ordre discontinu en est né : nu.
Nous vivons aujourd’hui dans l’ombre
Des mots qui l’ont fait taire.
À l’affût, aux aguets, dans le guet -
Comme on se prépare en dormant à la guerre
Que personne n’a encore fomentée :
La guerre des hommes contre la dictature,
Le scandale du sacré.
Cet aujourd’hui durera bien vingt ans
Avant qu’elle ne triomphe
Du poids multiséculaire de la réalité.
Mais qu’est-ce que je fais, quand je le dis ?
Que se passe-t-il dans le silence de mes aujournuits ?
Je cherche son nom,
J’écris dans l’expectative de ce nom
Et je me moque – nom :
Sérieusement je me joue de la mélancolie
De ceux qui ne croient ni aux noms, ni aux mots, dits.
Chaque nuit je vise ma nouvelle aube.
La chance de cette guerre,
Je la ressens comme un rire idiot -
Le rire qui dispense de l’effort de devenir.
L’athée ne se voue pas un culte,
Sinon il devint dieu.
L’athée ne recule pas devant le vide,
Sinon il perd ses yeux.
L’athée désobéit à la peau de ses peurs.
Tel, le paysage que découvre le mur percé.
En anéantissant son propre pouvoir,
On agrandit le voir.
Mais le voir est un autre pouvoir
Dont nul ne s’est emparé.
J’y vais, comme on va à la mer -
En courant.
Je m’y jette – comme dans l’amour.
Je n’aime en moi que ce rire
Qui dit non
À toute les passivités.
On ne voit plus rien venir.
Je vois
Tu vois
Il voit
Nous voyons tout partir.
Pour la première fois, nous pensons.
Janvier-février 1990, Paris
Pubblicato su Alain Jouffroy, rita r. florit, traduzioni | Contrassegnato da tag: Alfredo Riponi, Giacomo Cerrai | 3 Commenti »
