san michele vicne il diavolo

Gonzalo Perez, San Michele vince il diavolo, sec.XV

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Geolatria

spezza il pane del corpo
separa in quattro ventricoli
il canopèo del cuore  rapido
fluendo in argilla
tra portici di ghiaia e cunicoli falsi
il congruo accatastato

da cumuli d’echi
d’arcobaleni incerti

dove non si guarda
né a sud né a nord
né sopra né sotto
fluttuante fanfara di immani segreti
disfano fragili brulichii
di mondi corporali
nel bisbiglio increato
di alvei di vertebre di terre scure
in preda di coscienza
l’occhio del precipizio
chiare insonni
vallate d’orecchi illumini
di gusci d’ombra a picco
d’eternità
obbrobriosamente scomparse
brevi tori d’onda perpetua
e agglomerati d’orge in pompa
e conchiglie gelate di essenze feldspatiche.

(primi anni ottanta)

Emilio Villa, Zodiaco, Empirìa, 2000


Giacinto Scelsi – L’Âme Ailée, L’Âme Ouverte

 

nudità nutrice all’occhio pineale

 

 

http://www.quodlibet.it/schedap.php?id=1903#.V7rBzfmLTGh

 

 

 

 

 

 


M.Leiris- la parole entre objectivité-subjectivité

 

Un seul homme peut prétendre avoir  quelque connaissance de la vie dans ce qui fait sa substance, le poète; parce qu’il se tient au cœur du drame qui se joue entre ces deux poles: objectivité – subjectivité;
parce qu’il les exprimes à sa manière qui est le déchirement, dont il se nourrit quant à lui-même et dont, quant au monde, il est le porte-venin ou, si l’on veut, porte-parole.

Michel Leiris, L’Afrique fantôme, 17 mai 1932, Paris, Rééd Gallimard Coll. Tel, 1988

 

 

 

 


F.Ponge – Il partito preso delle cose

La beauté des fleurs qui fanent; le pétales se tordent comme sous l’action du feu: c’est bien cela d’ailleurs:
une déshydratation. Se tordent pour laisser apercevoir les graines à qui ils décident se donner leur chance, le champ libre.
C’est alors que la nature se présente face à la fleur, la force à s’ouvrir, à s’écarter : elle se crispe, se tord, elle recule, et laisse triompher la graine qui sort d’elle qui l’avait préparée.

*

Les temps des végétaux se résout à leur espace,  à l’espace qu’ils occupent peu à peu, remplissant un canevas sans doute à jamais déterminé : Lorsque c’est fini, alors la lassitude les prend, et c’est le drame d’une certaine saison.
Comme le développement de cristaux : une volonté de formation, et une impossibilité de se former autrement que d’une manière

***

La bellezza dei fiori che appassiscono: i petali si torcono come sotto l’effetto del fuoco: del resto è di questo che si tratta: di una disidratazione. Si torcono per lasciar intravedere i semi ai quali decidono di dare una chance, il campo libero.

È allora che la natura si presenta davanti al fiore, lo costringe ad aprirsi, ad allargarsi; questo si raggrinza, si torce, indietreggia, e lascia trionfare il seme che esce da sé stesso, che lo aveva preparato.

*

Il tempo dei vegetali si risolve nel loro spazio, nello spazio che essi occupano a poco a poco, riempiendo un canovaccio probabilmente da sempre determinato. Quando è finito, allora la stanchezza riprende, e ha luogo il dramma di una certa stagione.

Come lo sviluppo dei cristalli: una volontà di formazione, e un’impossibilità a formarsi se non in una sola maniera.

 

 F. Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi,  1979
traduzione Jacqueline Risset


L’Antitête

<<questo paradiso di cacciatori di vuoto e di immutabilità, padrona onnipotente del divieto di vivere altrove se non nelle grotte di ferro e della dolcezza di vivere senza mobilità, ciascuno nella propria persona lucifuga e ogni persona al riparo della terra, nel sangue fresco…

 

…era una prigione, formata da lunghe infanzie, il supplizio di giorni d’estate troppo belli>>

 

 

T.Tzara,  L’Antitête 

https://fr.wikisource.org/wiki/L%E2%80%99Antit%C3%AAte_de_Tristan_Tzara


rita r. florit – Parusia

 

parusia

Andrea Boldrini, Parusia , 2012
 100 x 150 olio su tela

 

 

Plus l’ombre est précise, forte, inévitable,
 plus on a la chance de faire vite, clair, foudroyant
Nicolas de Staël

Volgo in figura
respiro
fisso la moltitudine terrestre
esce dagli occhi
vite state sospese fluttuate
dissetatevi alla fonte di chi siamo


una voce parla nelle voci lontane

non stupire delle geniture sotto i medesimi astri
ruota sul mondo limite il bestiario celeste
scegliti l’animale totem appartienigli
nell’incombenza del vuoto esploso
qui chiamo
disincarno soglie d’intermittenza
cicliche continuità convessa
desola
desertifica
l’umana fosca dispersione.
cielo senza luna crivellato d’astri
intimità più grande con gli astri
avvicino capovolgo
notte mancanza apre
il vortice spazio le fauci
a divorarci 


nel cuore della notte il giorno
notte della notte conosce

scie di comete in polvere
germinazioni
popoli vagano schiere decadono
non entrerete se non come bambini
quando le imprese di vento luce
e nubi attendono un arrivo

Parusía  axe-désaxement
è tutto solo il dolore del mondo
canta ore ellittiche
venti celesti all’unisono


con gli occhi chiusi riesce lei a vederlo?

tenebrae factae sunt
buio poroso cade a piombo
in orizzonte come un oscuro
globo informe la materia del mondo

dolcezza fiorita delle stelle
māran’athā
colpo d’ascia  bianco di zinco
manto di luce.


in aestas – rita r. florit

In Aestas

 

 

èktasis in aestas

estesa aetas

sfalci s-fanno fasti

solos ensoleillés

(s)perdono voci

loci geniali veniali

venia chiedo-no

festini fuggo-no

per boschi freschi

d’ombr(e) fiori ori

in-solubili volubili luci

specchi(o o)cchio

allagato lago tazza brezza

sulla calura trafittura afa

bav(e) vento e campi

lampi tuoni suoni scrosci

poi quiete ex–tesa

estesa aetas

in aestas èktasis

 


Yves Bonnefoy – Une voix

YB

(Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016)

 

 

J’entratenais un feu dans la nuit la plus simple,
J’usais selon le feu des mots désormais purs,
Je veillais, Parque claire et d’une Parque sombre
La fille moins anxieuse au rivage des murs.

J’avais un peu de temps pour comprendre et pour être,
J’étais l’ombre, j’amais de garder le logis,
Et j’attendais, j’étais la patience des salles,
Je savais que le feu ne brûlait pas en vain…

*

Alimentavo un fuoco nella notte più semplice,
Logoravo nel fuoco parole ormai pure,
Vegliavo, chiara Parca e d’una Parca oscura
La figlia meno ansiosa sulle rive dei muri.

Avevo un pò di tempo per capire e per essere,
Ero l’ombra, mi piaceva custodire la casa,
E aspettavo, ero la calma attesa delle stanze,
Il fuoco, lo sapevo, non ardeva invano…

 

da Ieri deserto regnante, Guanda , 2005
traduzione di Diana Grange Fiori

:

.


Nanni Balestrini – A John Cage

Profondo
perfetto
glaciale
di tomba

assoluto c’è un grande
calò il
nel

e nella solitudine
della notte
calma
pace

sovrumani
e profondissima
quiete io
restare

rimanere
ascoltare in
conservare il
un

imbarazzante
qui intorno
non c’è
mai un po’ di

la conversazione era
interrotta
da lunghi
dopo un lungo

mi decido finalmente a scriverti
costringere
ridurre l’avversario

l’interlocutore
al
vi raccomando il
più assoluto

passare sotto
qualcosa
che ognuno di noi
conservi il

sulla sua vita interiore
una pagina della mia
vita che
passo sotto

esigo una
discrezione impenetrabile
e un
assoluto

cadere nel
avvolgere un fatto nel
vivere nel
mettere in

la legge del
comprare il
condannare ridurre
l’opposizione al

la convenienza voleva
che imponesse il
agli scrupoli della
sua fierezza

accettò di amare in
la parola è
d’argento
ma il

è d’oro
un
d’oro
finiamola con tutte

queste chiacchiere imporre a tutti il
raccomandare
esigere il

fare
fare
!
invito

comando
a tacere
ridurre al
un pezzo d’artiglieria

una mitragliatrice
ecc.
radio
muro del

si gira
zona di
zona del
minuto di

giornata di
interruzione del suono
assenza di rumori
si spengono  fuochi

cadere nel vuoto
un grido ruppe il
il
della campagna

dei boschi
dei funghi
pausa
sospiro

da Estremi rimedi, Manni, 1995


aria

Aria
è ciò che è nell’aria

suoni e dissipazioni

Aria non é
ed è altro da sé

 r.r. florit

:

“Aria e vento”
al Forte di Marina di Bibbona, luglio 2008
a cura di Fabio Bartolini con Sara Filippi
Rita R. Florit e Alfredo Riponi


GHERASIM LUCA | EUROPE

fragm

Europe, n° 1045 : Ghérasim Luca (1913-1994)

Dossier a cura di Serge Martin

 

G-Luca-UNER

http://www.europe-revue.net/presentation-mai.html

http://www.europe-revue.net/pages/recherche-par-titres/parutions%202016/Livret-G-LucaR.pdf

http://www.europe-revue.net/sommaire-mai.html

Serge Martin, Ghérasim Luca, Pierre Dhainaut, Thierry Garrel, Monique Yaari, Bernard Heidsieck, Bertrand Fillaudeau, Charles Pennequin, Patrick Beurard-Valdoye, Joël Gayraud, Sebastian Reichmann, Nicole Manucu, Anne Foucault, Jean-Jacques Lebel, Iulan Toma, Vincent Teixeira, Dominique Carlat, Sibylle Orlandi, Charlène Clonts, Laurent Mourey, Patrick Fontana, Alfredo Riponi, Alice Massénat.

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Ghérasim Luca | Helmut Heissenbüttel

Ghérasim Luca | Helmut Heissenbüttel

Sorgente: Ghérasim Luca | Helmut Heissenbüttel


Pierre Guyotat – COMA

Il giorno in cui mi spiegano la gravitazione universale, la Terra che gira intorno al Sole, capisco, più rapidamente di quanto non capisca come leggere l’ora sul quadrante dell’orologio, capisco che altri – umani, animali – vegliano, mentre dormo, dall’altra parte della Terra. Questo significa che tutta un’umanità veglia su quell’altra umanità che dorme, e quella che dorme sogna di quella che non dorme.
Il pensiero della Storia vi giunge allora, bambino, il pensiero del domani, della condivisione, attraverso la notte, di ieri e domani: la notte è ruminazione di futuro.
La Storia, la vedo allora, repressa, grandi figure, trattati, celebrazioni, comunioni popolari, battaglie,nel cielo azzurro, il firmamento: i morti celebri, grandi pensieri, al loro posto là in cima:il cielo stormisce di questi atti e, la notte, le stelle sono segnali di ognuno, di ciascuno, di ciascuna. Il Tempo è là in alto.
Più risalgo attraverso il Tempo e più mi sento fuori dalla portata del mio “io”. Ma, per immaginare e mettere al suo posto questo mondo lontano, serve l’aiuto di un “io”, di una potenza decuplicata: per essere Romano, Greco, Persiano,Egiziano, carpentiere della nave delle Cicladi, schiavo dello scultore di Corinto, bisogna cavare dal proprio “io” un “io” lontano, farlo vivere al suo fianco, giorno dopo giorno.
Immaginare, rendere tutto nel testo, grazie alla materialità del gesto, delle secrezioni, il pensiero di una figura passata, non soltanto i suoi sentimenti ma la sua anima, secondo le conoscenze, e le circostanze storiche del suo tempo, ciò che posso immaginare che essa possa conoscere, e vivere.

 

 Pierre Guyotat, Coma, Medusa, 2009 pag.39
traduzione  di M. Dotti e V. Parlato

 

 

.


Passo nel fuoco – traduzione in francese

Ringrazio Silvia Guzzi
per la traduzione
sul suo sito
traduction.it

:


Nyctalopia – nota critica

Nyctalopia


raccolta inedita finalista al XXIX Premio Montano
ANTEREM- Carte nel vento
grazie a  Giorgio Bonacini

 

 

 

.


Catherine Weinzaepflen – avec Ingeborg

 

IB

 

retour

je n’ai plus peur
j’ai nagé dans une mer
infestée de crocodiles
j’ai marché sous la mangrove
des heures durant
sur des plages blanches infinies
j’ai mangé des crabes cuisinés
au poivre noir Sarawak
j’ai arrêté de penser
dans l’hémisphère Sud

Pékin c’était après le 7e avion
toits rouge de Chine et verts vifs
masqués par le smog
(au soleil de midi
la cité interdite émerge
de la pollution)

on dirait on dirait
le canars laqué
cuit vivant
juste une fantasme
dans la ville immense
et grouillante

je revenais du bout du monde
l’attraction terrestre même
y différe
9e avion
européen celui-ci
familier (Air France)
au point d’y rencontrer un homme
qui me parle de Celan, de Bachmann
un homme qui s’appelle
littéralement : Couleur d’argent

ce fut l’été
Sydney-Pékin- Berlin
j’ai repris l’abscisse Est-Ouest
en crabe

 

ritorno

non ho più paura
ho nuotato in un mare
infestato dai coccodrilli
ho camminato sotto la mangrovia
per ore
su spiagge bianche infinite
ho mangiato granchi cucinati
al pepe nero Sarawak
ho smesso di pensare
nell’emisfero Sud

Pechino era dopo il 7° aereo
tetti rossi di Cina e verde vivo
nascosti dallo smog
( nel sole di mezzogiorno
la città proibita emerge
dall’inquinamento)

si direbbe si direbbe
l’anatra laccata
cotta viva
proprio un fantasma
nella città immensa
e brulicante

ritornavo dall’altro capo del mondo
l’attrazione terreste stessa
vi differisce
9° aereo
europeo questo
familiare (Air France)
al punto da incontrarci un uomo
che mi parla di Celan, di Bachmann
un uomo che si chiama
letteralmente: Color argento

fu l’estate
Sidney-Pechino-Berlino
ho ripreso l’ascisse Est-Ovest
di sghimbescio

 

ho dimenticato
tout avait commencé par une lettre
écrite sur trois cartes postales
des vues de Paris numérotées 1, 2, 3
la Seine toujours
les ponts de la Seine
il me parlait italien en m’aimant
(le ciel non du
ciel je ne parle jamais,
mais bien de lui, et donc pas
du ciel) *
sa douceur et son inquiétude extrêmes
me bouleversaient
notre fébrilité nous jetait l’un
contre l’autre
et ça n’a pas marché
(je voulais tout
je ne voulais rien)
c’était beau de se perdre comme ça
mais je ne veux plus
me faire ébouillanter, rôtir et brûler
torturer **

* Ingeborg Bachmann ,« Un altra notte ancora senza vederlo » in Ich Weiβ keine bessere Welt, p. 123, traduction de l’auteur.
** Ibid.

 

ho dimenticato
tutto iniziò con una lettera
scritta su tre cartoline
con vista di Parigi numerate 1, 2, 3
sempre la Senna
i ponti della Senna
mi parlava in italiano amandomi
(il cielo, no
non parlo mai del cielo
dunque di lui, poiché 
del cielo non parlo) *

la sua dolcezza e l’estrema inquietudine
mi sconvolgevano
la nostra febbre ci gettava
l’uno contro l’altro
e non ha funzionato
(volevo tutto
e niente)
era bello perdersi così
ma non voglio più farmi bollire, arrostire e bruciare
torturare **

*Ingeborg Bachmann, « Un altra notte ancora senza vederlo » in Ich Weiβ keine bessere Welt, Piper verlag, Germania, p. 123, traduzione dell’autrice.
** Ibid.

 

un jour de mai 1970

Elle grimpe les talus des jardins de la Villa, s’écorche bras et jambes aux buissons épineux. Elle marche, ne cesse de marcher. Ce qu’on appelle jardins est aussi vaste qu’ne campagne. Elle finit par se déchausser mais les cailloux cachés dans l’herbe, les brindilles sous la plante des pieds, font plus souffrir encore que les ampoules.
Ingeborg s’arrête enfin et s’assoit le dos contre un arbre. Le ciel, au-delà du feuillage, est d’un bleu insolent. Elle se dit que la vie s’arrête. Comment pourrait-elle continuer alors que celui qu’elle aimait plus que quiconque s’est jeté dans la Seine? L’idée de son corps attaqué par le fleuve noircit ciel et pelouses, et les arbres. Elle en perd connaissance, tombe d’épuisement sur l’une des pelouses de la Villa.
Plus tard, à la nuit tombée, petits pas d’infirme jusqu’à la station de taxis de piazza di Spagna. Elle a 44 ans, il lui reste trois ans à vivre.

 

un giorno di maggio del 1970

Lei s’arrampica sulle scarpate dei giardini della Villa. Si scortica braccia e gambe nei cespugli spinosi.
Va, non smette di andare. Quel che si dice giardino è vasto come la campagna. Finisce per togliersi le scarpe ma i sassi nascosti nell’erba, i rametti sotto i piedi, fanno soffrire ancor più delle vesciche.

Ingeborg si ferma infine, e accomoda la schiena contro un albero. Il cielo, al di là del fogliame, è di un blu insolente. Dice a se stessa che la vita si ferma. Come potrebbe continuare quando colui che ama più di chiunque altro s’è gettato nella Senna? L’idea del suo corpo intaccato dal fiume annera cielo e prati, e gli alberi. Perde i sensi, cade dallo sfinimento su un prato della Villa.

Più tardi, scesa la notte, a passettini da invalido  fino alla stazione di taxi a Piazza di Spagna.
Ha 44 anni, le restano tre anni da vivere.

 

Catherine Weinzaepflen, avec Ingeborg, Des femmes-Antoinette Fouque, 2015
traduzione di Rita R. Florit

 

 

C.W. http://www.cipmarseille.com/auteur_fiche.php?id=203

 

 

 

 


SCHREIB DICH NICHT – Paul Celan

SCHREIB DICH NICHT
Zwischen die Welten,

Komm auf gegen
der Bedeutungen Vielfalt,

vetrau der Tranenspur
und lerne leben

[23-24 aprile 1966 – 12 luglio 1966]

 

*

NON SCRIVERTI
tra i mondi

tieni testa
alla varietà di significati,

fidati della traccia di lacrime
e impara a vivere.

 

 

da “Sotto il tiro di presagi”, Einaudi, 2001


Leiris – GLOSSAIRE II

 

sc

DOULEUR – deuil lourd des couleurs

Michel Leiris, Glossaire j’y serre mes gloses, 1939

 

 

 

:

 

 

 

 

 


Amelia Rosselli – La libellula

Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996)

amelia

 

[…] Trovate Ortensia: la sua meccanica è la solitudine
eiaculatoria. La sua solitudine  è la meccanica
eiaculatoria. Trovate i gesti mostruosi di Ortensia:
la sua solitudine è popolata di spettri, e gli
spettri la popolano di solitudine. E il suo amore
rumina  e non può uscire dalla casa. E la sua
luce vibra pertanto fra le mura, con la luce,
con gli spettri, con l’amore, che non esce
di casa. Con lo spettro solo dell’amore, con lo
rispecchiamento dell’amore,  con il disincanto,
l’incanto, la frenesia. Cercate Ortensia: cercate
la sua vibrante umiltà che non si sa dar pace,
e che non trova l’addio a nessuno, ed a tutti
solleva il cappellino estivo, col gesto inusitato della
pietà. Trovate Ortensia che nella sua solitudine
popola il mondo civile di selvaggi. E il canto
della chitarra a lei non basta più. E il condono
della chitarra lei non basta più! Trovate Ortensia
che muore fra i lillà, fragile e dimenticata.
Sorridente e fragile fra i lillà della vallata
impietosita; impietrita. Trovate Ortensia che
muore sorridendo di tra i lillà della vallata,
trovatela che muore e sorride ed è stranamente
felice, fra i lillà della villa, della vallata
che l’ignora. Popolata è la sua solitudine di
spettri e di fiabe, popolata è la sua gioia di
strana erba e strano fiore, – che non perde l’odore.

Egli premeva un nuovo rapporto di piacere,
egli correva al petto della donna amata: Io ripeto
lezioni d’antenati e padri vecchi come le trombe
delle scale! A che serve il mio essere di paglia
se tu non vieni con la forca a spostarmi? Se
tu non vieni con le pinzette a spostarmi? Con
le pinzette della violenza a pregarmi, a spostarmi,
a sposarmi? In tutta la luce del sole in tutta
la sbieca luce del sole in tutta la carità, in tutta
la vita della nazione, in tutte le borgate
difficilissime,in tutto il mondo putrame, esiste
un solo io, esiste un solo tu, – esiste la carità.

Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! Strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi  questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico: Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di  richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo, e non oso dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita
che non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che non si sia già sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco;lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri,  lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce: lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.[…]

estratto da “LA LIBELLULA”
(Panegirico della Libertà) 1958,
in A.R. Le poesie, Garzanti, 1997


Tommaso Ottonieri – Elegia Sanremese

ottonieri_sanremese

 

 

 

matto, matto, matto
mi tira, il cuore, a strappo

rotto, guarda, sotto
la pelle, il cuore, un botto

forte, proprio, forte
s’eietta, il cuore , e parte

sbatte, e gira, batte
l’idea, che il derma stacca

che quindi sbanda
se il cuore spacca

che lenta spacca
( il contatto)

si stacca:

***

Bang-bang
sparami se resto il tuo bersaglio

Bang-bang
se ti colpisco, poi, non è per sbaglio

Bang-bang
lago del sangue che mi fa ristagno

Bang-bang
scoppio così su te, senza saper perché,

guarda, sbiancando

***

 

C’è un motivo che mi sbatte nella testa,
e non se ne va

è qualcosa che attacca
tipo la lacca, e rimane là

tutto un senso di noia
dentro la gola – è la felicità,

questa qua? oppure è il malessere
che mi succhia dal plesso,

cioè andando giusto dalla testa, quando
finita è la festa, la festa

che tutti se ne vanno tutto fuma
nella mente, con la rabbia
che stagna sulle cose: e resta

a recidere l’aria

lo strazio funerario
che trivella il mio cranio

in tempesta, scompare
ogni traccia
del senso, la musica
sfuma, se pesta, da ossessa, il pensiero
il pensiero,

é in bonaccia

***

forse un bel giorno basta, andare via
trovarsi in faccia il tutto come un nie_
te; e poi tuffarsi e non riemergere _

o sci-
volare ,via, la mente dalla ria
resistenza del Corpo, che ci tiene
( del tempo, che ci perde)
forse un bel giorno uscirsene dal giorno,

via
dall’arpa canora che sul vento ci sfiora
( sulle ali del vento, spezzate dal vento,
in questo momento) adesso che sento
l’inanità del tempo, che implora
d’abbarbicarsi limaccioso all’ente

– e non
saper tenersi neanche un poco
quando la muffa scappa dalle unghie
che lievita le unghie dalla rumba

mi lievita,dunque, dall’unghie spuntandosi
m’allevia – io sciolgo l’arsura sonora,

per dire
ciao, mentre scivolo
ciao, mentre scivolo,

ciao

 

 

     26 gennaio 1997


Joyce Mansour – CARRE’BLANC II

 

 

 

L’appel amer d’un sanglot
Venez femmes aux seins fébriles
Écouter en silence le cri de la vipère
Et sonder avec moi le bas brouillard roux
Qui enfle soudain la voix de l’ami
La rivière est fraîche autour de son corps
Sa chemise flotte blanche comme la fin d’un discours
Dans l’air substantiel avare de coquillages
Inclinez-vous filles intempestives
Abandonnez vos pensées à capuchon
Vos sottes mouillures vos bottines rapides
Un remous s’est produit dans la végétation
Et l’homme s’est noyé dans la liqueur

 

Il richiamo amaro di un singhiozzo
Venite donne dai seni febbrili
Ad ascoltare in silenzio il grido della vipera
E a sondare con me la bassa nebbia rossa
Che gonfia  all’improvviso la voce dell’amico
Il fiume è fresco attorno al suo corpo
La sua camicia galleggia  bianca come la fine di un discorso
Nell’aria sostanziale avara di conchiglie
Chinatevi  femmine  intempestive
Lasciate i vostri pensieri col cappuccio
I vostri sciocchi  umidori  i vostri rapidi stivaletti
Un turbine s’è creato nella vegetazione
E l’uomo s’è annegato nel liquore

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 


Joyce Mansour – CARRE’ BLANC

doisneau, gargoyles-of-notre

R.Doisnos – Gargoiles of Notre-Dame

 

 

QUELS  SONT CES COUTEAUX QUI  BRILLENT  AU-DESSUS DE LA SEINE

 

Le soleil mordu
Par un bel animal
N’est plus qu’agonie
Et fuite devant
La faim
Faim aussi que ce ventre bombé
Sous le manteau noir de la bête
Sommeil
Aucune science ne m’apporte
Une fin aisée sur ta couche mobile
Ma rageuse passion écorche le gazon
La sourire de ta mère illumine mon visage
Voilà la pierre qui écorchera ton orgueil
Quant à moi sans chaleur à qui ferai-je ma cour

 

 

QUALI SONO I COLTELLI CHE BRILLANO AL DI SOPRA DELLA SENNA

Il sole morso
Da un bell’animale
Non è che agonia
E fuga davanti
Alla fame
Fame come questo ventre tondo
Sotto il manto nero della bestia
Sonno
Nessuna conoscenza mi porta
Un’agevole fine sul tuo letto instabile
Mia rabbiosa passione scortica il prato
Il sorriso di tua madre illumina il mio volto
Ecco la pietra che ferirà  il tuo orgoglio
Quanto a me senza calore a chi farò la corte

 

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 


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1.

 

Troppe cose sono in casa, avverte, la più ferita è nominarle, dolore delle cose non è male; lei –stessa– nel suo abito larva avorio, largo, rivolge, riavvolge fra le mani oggetti che la balaustra copre e da qui non si vedono ma sicuramente ci saranno. (shelter, chiedeva, allora) r i p a r o in vaghezza d’essere; lenire vuoti, nel plesso non respira nerezza tagliata d’ombra; cellule orfiche sono sopite nei cervelli dell’Occidente sotto duemila metri cubi di terra di più sono sulle lamine d’argento le teste femminili radianti, incise – e nelle lamine d’oro le frasi: che cosa tu veramente chieda alla Tenebra.

 

2.

 

Non si libera dagli aghi se ne veste. Vive nell’ultima stanza, chiama la concavità a riparo – E’ cauta, è calma nella compiuta notte-prato: un buio rimasto al buio – ala di cura oscura [l’Oscurità ciecamente squarciandosi] considera il reale come irrelato, zone dense e non dense di vele ciascuna guscio, sente i fili dell’aria, sente che la risolvono intera. Rischiare anatomie crudeli, la carne più individuale, rileva i suoi morsi segreti [carne si spiana a campo] la luce di lutto del lenzuolo caldo intorno ad ogni letto levita già la zolla …

 

*

 

(tutto quello che dà ospitalità allo sguardo e lo minaccia marca aree definite, e tuttavia dà – così – parola a quello che perde definizione e confini, a quello che si sbriciola in raschiamento, appunto in pieghe e piaghe – dalle pieghe tu, sole, cavi mondi ogni notte sussurrandoli nello spazio –)

 

 

3.

 

Non guardarmi guarire o: smettila di guardarmi guarire [guarda: la voragine si avvicina] resto nella voragine di pena, di sollievo in sollievo tutte le carte sparse; le cose si spengono in sequenza sulla strada, c’è la negazione che si allarga, il divenire sia il tuo dolore! Non ha – non ha la matematica, le connessioni, causali, assiali… viene dai puri pura. Il tuo malessere mi penetra dentro le fibre strette del mio corpo universale gli animali di lamento breve e più breve notte, che si alternano nei tessuti sanno che non hanno costruito, o che non è per loro. E così usano quello che c’è… ( le pieghe dei riporti di terra, le marcite cuoriformi la crittografia della mattina verde che non ha pietà se è sotto l’acqua nera e perde siero e sangue quello che ancora è per metà dentro la nascita).

 

Rita R. Florit

 

 

In grassetto : “Shelter” e commento a Shelter di Marco Giovenale


Hans Baldung – Eva e il Serpente e la Morte

 

Hans Baldung Grien Eve the Serpent and Death

https://en.wikipedia.org/wiki/Eve,_the_Serpent_and_Death

 


Entretien de Paule Chavasse avec Michel Leiris en 1968

da  http://www.arcane-17.com

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Leiris -Langage

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Francis Bacon, Ritratto di Michel Leiris, 1976

LANGUAGE –  bagage lent, lange de l’esprit.
Michel Leiris, Glossaire j’y serre mes gloses, 1939

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J-L. Godard – Adieu au langage

clip. la capacità di vedere il mondo


Pietro Perugino – L’Arcangelo Michele

Perugino -lAarcangelo Michele

Pietro Perugino – L’Arcangelo Michele- Polittico della Certosa di Pavia ,1499


Deserti

Mia natura è il Fuoco
sarà vero sarà poi vero?
La cosa è consumata, gli occhi
Ti si sono rigirati in dentro
Una seconda vista celeste li abita.

Pierre Jean Jouve da Les noces (1925-31) trad. Nelo Risi


Nyctalopia

nycta

photo by melange

Notte degli orli – camminamenti taciti, balze verdi nel fossato adrianeo dove il serpente agosto striscia al piede dei pini. Luci ex-temporanee coercizzano visioni contemporanee. Le età dell’oro falso dileguano su fili di rasoi.

Rita R. Florit da Nyctalopia, raccolta inedita finalista al XXIX Premio Montano, 2015

 

 

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Ghérasim Luca – Passionnément * Appassionatamente

https://anfratture.wordpress.com/2015/08/21/passionnement-gherasim-luca/

“Passionnément” è il primo esempio del “balbettio” e della “cabala fonetica” di Ghérasim Luca. Il poema apparve per la prima volta nella plaquette “Amphitrite” (Infra-Noir, Bucarest 1947), di cui costituiva la seconda parte. Ripreso poi in “Le Chant de la carpe”. “Psittacismo, ripetizione meccanica delle parole, onomatopee, sono solo simulazioni di cui la dizione poetica si serve per creare una lingua avvolgente e che si avvolge su se stessa, dove il ritmo è il solo vettore di senso”
D. Carlat, Ghérasim Luca l’intempestif

Ogni parola si divide, ma in sé (pas-rats, passions-rations), e si combina, ma con se stessa (pas-passe-passion). È come se la lingua intera si mettesse a rollare, a destra e a sinistra, e a beccheggiare, indietro avanti: i due balbettii. Se la parola di Gherasim Luca è così eminentemente poetica, è perché egli fa del balbettio un affetto della lingua, non un’affermazione della parola. È tutta la lingua che fila e varia per liberare un estremo blocco sonoro, un soffio solo al limite del grido Je t’aime passionnément (Ti amo appassionatamente).
G. Deleuze, Balbettò, in Critica e clinica

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A force de – faillite

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A force de – faillite  à force de faillite la folie s’en mêle. A force de débris. Vus n’importe comment n’importe comment dits. Crainte du noir. Du blanc. Du vide. Que’elle disparaisse. Et la reste. Tout de bon. Et le soleil. Derniers rayons. Et la lune. Et Vénus: Plus que ciel noir. Qui terre blanche. Ou inversement. Plus de ciel ni de terre. Finis haut et bas. Rien que noir et blanc. N’import où partout. Que noir. Vide. Rien d’autre. Contempler cela. Plus un mot. Rendu enfin. Du calme.
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S. Beckett, Mal vu mal dit,Les edition de minuit,1981


Jeanne Hersch – dall’esilio all’addio

 

[…] Separazione contro presenza: basta una porta chiusa. Una semplice porta chiusa, e già non so più nulla della tua realtà. Eri là, seguivo il respiro e il pulsare del tuo sangue. La porta si è chiusa, non so più nulla. Potresti essere morto o essertene andato per sempre.

 

Separazione nella presenza: anche nella presenza anche nella presenza costante, prossima e familiare di ogni istante. Separazione nel cuore della presenza, separazione che rende la presenza reale, piena, nell’istante che sta nel cuore del tempo. Nessuna presenza senza separazione[…]

 

[…] La vita non ci lascia, a poco a poco, altro che ricordi.

 

E’ tutto ciò che abbiamo, e quanto precario! I ricordi che evochiamo più spesso si ocnsumano o si irrigidiscono al nostro ripetuto richiamo: I più si sottraggono o vanno sfumandol’uno nell’altro. I ricordi felici proiettano la loro asenza sul presente. I ricordi tristi, la cui tristezza si è attenuata col passare del tempo, tendono a diventat re tutt’uno, nel mondo dei racconti, con le parole del loro racconto, e suscitano così uan sorta di rimorso, come se li stessimo abbandonando per infedeltà.
E tuttavia è attraverso i nostri ricordi, e attraverso un presente già vissuto come ricordo, che noi viviamo la separazione e l’esilio, o noi stessi in quanto esiliati.
Esiliati dal passato, per la sua assenza presente; esiliati dal presente, per la sua acutezza o per la nostra sonnoleza, per l’evidenza del suo rifiuto, o per la sua evanescenza, oper l’ardore con cui tende a un futuro ancora malleabile all’attesa e al desiderio; esiliati dal futuro, per la sua irrealtà e per la nostrqa impazienza: non sappiamo trovare, nel tempo, un luogo in cui vivere.
L’opacità del tempo non meno della sua trasparenza, della sua onnipresenza inafferrabile, ci separano da noi stessi, possiamo sfuggire, attraverso un reale fuggitivo, all’eternità che per noi è mortale. […]

 

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J.Hersch, Dall’esilio all’addio, in “La nascita di Eva.Saggi e racconti”, Interlinea 2000

 

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mirra renovatur

trasmutare in altro da sé
sfascio di cortecce
i piedi diventare radici
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(mirra, spazio lame bologna, 1996)
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Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio

Edoardo Sanguineti – Ideologia e linguaggio.


Nicolas De Stael

“Je vais aller sans espoir jusqu’au bout de mes déchirements,
jusqu’à leur tendresse.”

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Marco Giovenale – Phobos

  fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura […]
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Phobos. Trad. francese: Michele Zaffarano. Colorno: Tielleci, 2014. – 1 feuille/foglio ; format ouvert/formato aperto 48×33 cm. ; format fermé 19,5 cm. (Benway Series – Feuille/Foglio ; 5).

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Dosso Dossi - Incubo notturno- Gemaldegalerie Dresda

“La vita umana è stremata di servire da testa e da ragione all’universo”
G. Bataille, Il labirinto, SE 2003

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Ghérasim Luca – Ma déraison d’être

https://schabrieres.wordpress.com/2009/06/12/gherasim-luca-ma-deraison-detre-1953/


Houellebecq

PdF leggenda della vera croce

La nostalgia non è un sentimento estetico, e non è neanche legata a un ricordo di felicità, si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male, il passato  è sempre bello, a far male è solo il presente, che portiamo con noi come un ascesso di sofferenza che ci accompagna tra due infiniti di quieta felicità
M. Houellebecq, Sottomissione, Bompiani 2015

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La profondità del cielo, lo spazio perduto è la gioia davanti alla morte:
tutto è profondamente incrinato

G.Bataille, Il labirinto, SE 2003

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Agrimensure in Anterem- Carte nel vento

Agrimensure

di Rita R. Florit e Alfredo Riponi

 
con premessa di Mara Cini 
 

la volontà è libera

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“La volontà è libera significa: era libera quando volle il deserto, è libera potendo scegliere la via con la quale attraversarlo, è libera potendo scegliere il passo che terrà, ma non è libera perché deve necessariamente attraversare il deserto, non è libera perché ogni via, nel suo intricato labirinto, passa per ogni palmo del deserto”

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F. Kafka, Considerazioni sul peccato il dolore la speranza e la vera via, Passigli 2001


Beckett- Mal vu mal dit

De sa couche elle voit se lever Vénus. Encore. De sa couche par temps clair elle voit se lever Vénus suivie du soleil. Elle en veut alors au principe de tout vie. Encore. Le soir par temps clair elle jouit de sa revanche.


Zabriskie Point – Pink Floyd

 


A squarciagola / À gorge dénouée, Ghérasim Luca

 

 

grazie a Daniela Pericone

 

A squarciagola / À gorge dénouée, Ghérasim Luca.


Andrej Belyj – Glossolalia II

-Tutte le nebbie che impedivano di vedere si diradavano; i superstiti di Atlantide hanno visto un disco accecante; Atlantide, andata incontro alle onde, splendeva con le cime dei monti: con le terre emerse delle isole; le terre, brillando di sale, crescevano di dall’acqua del diluvio formando golfi e scalgioni; le onde, irrompevano d nei golfi, ribollendo con gli ori dei bagliori; e volando lungo la riva come schiuma fatta di brandelli, volando lungo le sabbie_ lungo i sali – come strisce di vetro, volavano nei laghi( per versare il sale); e sgorgavano al contrario; e il sale sidepositava.
Ecco questo racconto dei suoni:
We-ol:wol-woln;soln-saln-seln;chlin-nz-zk-k:ktz;w-zwt.
Di cosa narra?
“we-ol-
-le nuvole-
-e”weoln” ( le onde del mare)
corrono; il sole splende: sol-so! E assottilgiandosi sullesabbie, vola il flusso d’orao: seln-siln! Ed ecco che è sgogato in un lago: inessosi depositano i slai:”nze-ze!”, in esso crescono le rive “ze-ka-ka” E l’erba( ti-te-ta) inizia a fiorire (“z”) [in russo zacvetaet] com eun fiore [cvet],
sotto la “v”, all’aria aperta:e “z-v-t” osciellano.
Ecco quali scene sono inscritte per noi nei suoni:bisogna saperli leggere; tutti i suoni sono racconti, testamenti, eredità, miti.

Andrej Belyj – Glossolalia, Poema del suono, Medusa ed. 2006 pag.68

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Andrej Belyj (Boris Nikolaevich Bugaev, 1880-1934) figlio di un grande matematico è uno dei più importanti esponenti del simbolismo russo. Studioso di Kant e Schopenauer tra le sue opere Pietroburgo (1916) Cristo è risorto (1918) e il carteggio con Pavel Florenskij L’arte il simbolo e Dio: Lettere sullo spirito russo

Scritto nel 1917 al ritorno da Dornach (Svizzera) dove il il poeta si trovava in qualità di adepto dell’antroposofo Rudolf Steiner, Glossolalia Poema del suono venne pubblicato soltanto nel 1922 a Berlino dove l’autore aveva vissuto per due anni dopo la rivoluzione e la guerra civile russa. L’argomento del poema nasce dall’innesto del saggio di Scienza occulta (1910) di Rudolf Steiner dove illustra su imitazione della cosmogonia descritta da Steiner i quattro giorni della creazione dei suoni;  attraverso una forma poetica di argomentazione Bleyj mostra le affinità etimologica di alcune delle parole basilari per l’uomo nelle lingue appartenenti al ramo indoeuropeo.


A. Belyj – Glossolalia – Poema del suono

Misteri profondi giacciono nella lingua: nel tuono dei suoni ci sono  i significati di un’enorme parola; ma i tuoni dei suoni e i lampi istantanei dei significati sono celati da una nuvola metaforica, che da se stessa versa nelle onde del tempo le linee dei concetti non espressi: E come per noi l’acquazzone, i tuoni e le nuvole non hanno nessuna analogia, così non la hanno neanche i significati dei suoni e le immagini della parola; si differenzia da loro l’arido, piatto significato concettuale. Cos’è la terra? E’ lava; una fiamma ha forgiato solo la crosta dei cristalli (delle pietre); e i mormorii della lava battono nei crateri dei vulcani; e lo strato superiore- della terra- è molto sottile; è ricoperto d’erba. Così è anche la parola, che è tempesta dei ritmi fusi del significato sonante; questi ritmi sono forgiati dalla massa delle radici silicee; il significato focoso è nascosto; lo strato superiore è la parola-immagine ( la metafora);il suo suono, come ci dice la storia della lingua, è solo la combinazione di suoni disgiunti e corrosi; e l’immagine è il processo di distribuzione del suono; e i significati di una parola abituale –erba! – iniziano a crescere da esso. In tal modo: la caduta della purezza fonetica è lo sviluppo dello sfarzo dialettico; e la caduta dello sfarzo è il termine, è l’autunno del pensiero. La fiamma impetuosa, il granito, l’argilla e le erbe non hanno nessuna analogia; nessuna analogia; per noi non hanno nessuna analogia i significati: dei concetti, delle metafore, delle radici e dei movimenti del flusso dell’aria, che costruisce i suoni del Cosmo gigantesco (nella cavità della bocca). A.Belyj, Glossolalia- Poema del suono, Medusa  ed. 2006


Rosa decidua – Morgue

 

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mi sta incollata all’orlo del palato
come una placca la dolce sostanza del corpo..

da Il medico, in Morgue, G. Benn

 

 

 

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