Genere

Al tempio di Serapide


Il vento mi ha mutato

come ombra di rose

la mano che le tocca

lungo il sentiero.

Ed essere vorrei

fuoco bracile,

per selve, senza fiamma

se non stata.

Oh autunno elisio,

dammi soltanto

la tua breve pace!


***


Avorio e tenebra,

compagna. Adorna sei

d’un cielo che stemma

nelle vene l’ora

arcangelica. Notte

e aranceto, balaustra

salsa. Lontana, algente,

immota aurora,

ultima fiamma,

temprata corona.



Francesco Nappo
, Genere, Quodlibet 1996


Francesco Nappo è nato a Napoli nel 1949. Insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori.


la terra più del paradiso

La mia Confessione fedele

.

Curo i prati come il pavimento della mia casa,
guardo l’erba come il tappeto sul quale
allignano i figli e un tempo contento.
Non vi è obbligo di appartenenza.
Ogni filo d’erba è una speranza,
il diritto per l’umiltà di un altro
che l’ha preceduto e che io ho falciato,
raccolto e scelto per necessità e dottrina.

Pulire i prati è levare loro i sassi e contarli,
come un atto di compassione

ad ogni riverenza che gli concedi.
È raccogliere terra sputata dal fondo e seminarla,
di nuovo, in segno di generosità verso essa.

È forse un lavoro ingrato e fermo al punto di partenza
ma
è anche la mia confessione fedele,

la coscienza che mi riconosco addosso,
di essere qui anche per questo.



Poesia triste


Voglio morire, sedere e morire seduta,
come la Lena, pregava e ad occhi chiusi moriva.
Ho da tempo il cuore malato,

si stanno cibando gli orridi pensieri del corpo intero.
Ferisce la malattia che non va detta,
che non è chiesta perché non sarà capita.
Solitudine
dei giorni che passano come pause alle notti.
E di fronte ho le genti e i doni
di chi in visita così tanto viene a Ciaminades.

Ma voi chiamatemi solo con gesto di mano,
non pronunciate il mio nome.

Non cercate la donna, la moglie, non l’essere umano.

Io sono amante e chimera, muso di capra e coda di serpente,
grido di scherno e condanna, musa dell’arte, bocca di bronzo.
Non chiedete i miei versi, non la poesia, siate inerti.

Nei tanti quaderni io non sono parola,
sono il delirio di essa, null’altro! Tacete.


***


Ora che posso obbedire a me stessa,
affilo il desiderio di rifiutarmi.

Giacché è presenza inutile il mio nome
e come di periferia il mio corpo,
spoglio di ogni incanto e desiderio.


Io morirò fulminata a giugno,
prima della pioggia,alla raccolta degli ultimi fasci.
Cadrò sul prato raso a festa
e coltiverò l’erba per essere falciata
a settembre un’ultima volta.

Non lascerò niente di cui seppellirmi.
Nessun lamento, nessuna tomba d’accudire.

Allora invecchieranno gli inverni

e sbocceranno i crochi anche dentro la greppia di questa stalla,

perché sarò il fieno e come il fieno sarò ruminata,
lontana in conclusione dai rosari e dalle preghiere.

Mi unirò a un soffitto muto,
a un pavimento rivestito di letame.

E sarà mio dolcissimo ritorno
il silenzio che qui divora il tempo tra mattino e sera,
la veglia di un ramo d’ulivo,

riposto a ogni Pasqua
da mani ricolme di fede
che guarderò continuare.

.

Roberta Dapunt *La terra più del paradiso* Einaudi, 2008

Roberta Dapunt è nata nel 1970 e vive in Alta Val Badia . Ha pubblicato le raccolte di poesia OscuraMente (1993) e la carezzata mela (1999).   I suoi versi sono caratterizzati da inquietudine e armonia insieme, da un percorso religioso tormentato e puro. Le immagini che sceglie sono di morte e di naturalità e il suo sguardo segue le stagioni e gli animali nel silenzio delle sue montagne e dell’anima.




Registro di Poesia#2 Edizioni d’If

Esiste questa forza contrapposta
che scaglia temperanza oltre i confini,
convoca asciutte nubi primordiali,
calcina freschi cieli inappagati.
Si sfrangeranno ai bordi del Consueto
le resistenze inutili del fare,
arrugginito remo che s’incaglia.

.

Rita R. Florit da “Tenaci Disperazioni”
Registro di Poesia #2,  Edizioni d’if 2009