SHELTER_shelter

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1.

 

Troppe cose sono in casa, avverte, la più ferita è nominarle, dolore delle cose non è male; lei –stessa– nel suo abito larva avorio, largo, rivolge, riavvolge fra le mani oggetti che la balaustra copre e da qui non si vedono ma sicuramente ci saranno. (shelter, chiedeva, allora) r i p a r o in vaghezza d’essere; lenire vuoti, nel plesso non respira nerezza tagliata d’ombra; cellule orfiche sono sopite nei cervelli dell’Occidente sotto duemila metri cubi di terra di più sono sulle lamine d’argento le teste femminili radianti, incise – e nelle lamine d’oro le frasi: che cosa tu veramente chieda alla Tenebra.

 

2.

 

Non si libera dagli aghi se ne veste. Vive nell’ultima stanza, chiama la concavità a riparo – E’ cauta, è calma nella compiuta notte-prato: un buio rimasto al buio – ala di cura oscura [l’Oscurità ciecamente squarciandosi] considera il reale come irrelato, zone dense e non dense di vele ciascuna guscio, sente i fili dell’aria, sente che la risolvono intera. Rischiare anatomie crudeli, la carne più individuale, rileva i suoi morsi segreti [carne si spiana a campo] la luce di lutto del lenzuolo caldo intorno ad ogni letto levita già la zolla …

 

*

 

(tutto quello che dà ospitalità allo sguardo e lo minaccia marca aree definite, e tuttavia dà – così – parola a quello che perde definizione e confini, a quello che si sbriciola in raschiamento, appunto in pieghe e piaghe – dalle pieghe tu, sole, cavi mondi ogni notte sussurrandoli nello spazio –)

 

 

3.

 

Non guardarmi guarire o: smettila di guardarmi guarire [guarda: la voragine si avvicina] resto nella voragine di pena, di sollievo in sollievo tutte le carte sparse; le cose si spengono in sequenza sulla strada, c’è la negazione che si allarga, il divenire sia il tuo dolore! Non ha – non ha la matematica, le connessioni, causali, assiali… viene dai puri pura. Il tuo malessere mi penetra dentro le fibre strette del mio corpo universale gli animali di lamento breve e più breve notte, che si alternano nei tessuti sanno che non hanno costruito, o che non è per loro. E così usano quello che c’è… ( le pieghe dei riporti di terra, le marcite cuoriformi la crittografia della mattina verde che non ha pietà se è sotto l’acqua nera e perde siero e sangue quello che ancora è per metà dentro la nascita).

 

Rita R. Florit

 

 

In grassetto : “Shelter” e commento a Shelter di Marco Giovenale