Amelia Rosselli – La libellula

Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996)

amelia

 

[…] Trovate Ortensia: la sua meccanica è la solitudine
eiaculatoria. La sua solitudine  è la meccanica
eiaculatoria. Trovate i gesti mostruosi di Ortensia:
la sua solitudine è popolata di spettri, e gli
spettri la popolano di solitudine. E il suo amore
rumina  e non può uscire dalla casa. E la sua
luce vibra pertanto fra le mura, con la luce,
con gli spettri, con l’amore, che non esce
di casa. Con lo spettro solo dell’amore, con lo
rispecchiamento dell’amore,  con il disincanto,
l’incanto, la frenesia. Cercate Ortensia: cercate
la sua vibrante umiltà che non si sa dar pace,
e che non trova l’addio a nessuno, ed a tutti
solleva il cappellino estivo, col gesto inusitato della
pietà. Trovate Ortensia che nella sua solitudine
popola il mondo civile di selvaggi. E il canto
della chitarra a lei non basta più. E il condono
della chitarra lei non basta più! Trovate Ortensia
che muore fra i lillà, fragile e dimenticata.
Sorridente e fragile fra i lillà della vallata
impietosita; impietrita. Trovate Ortensia che
muore sorridendo di tra i lillà della vallata,
trovatela che muore e sorride ed è stranamente
felice, fra i lillà della villa, della vallata
che l’ignora. Popolata è la sua solitudine di
spettri e di fiabe, popolata è la sua gioia di
strana erba e strano fiore, – che non perde l’odore.

Egli premeva un nuovo rapporto di piacere,
egli correva al petto della donna amata: Io ripeto
lezioni d’antenati e padri vecchi come le trombe
delle scale! A che serve il mio essere di paglia
se tu non vieni con la forca a spostarmi? Se
tu non vieni con le pinzette a spostarmi? Con
le pinzette della violenza a pregarmi, a spostarmi,
a sposarmi? In tutta la luce del sole in tutta
la sbieca luce del sole in tutta la carità, in tutta
la vita della nazione, in tutte le borgate
difficilissime,in tutto il mondo putrame, esiste
un solo io, esiste un solo tu, – esiste la carità.

Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! Strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi  questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico: Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di  richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo, e non oso dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita
che non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che non si sia già sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco;lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri,  lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce: lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.[…]

estratto da “LA LIBELLULA”
(Panegirico della Libertà) 1958,
in A.R. Le poesie, Garzanti, 1997

Tommaso Ottonieri – Elegia Sanremese

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matto, matto, matto
mi tira, il cuore, a strappo

rotto, guarda, sotto
la pelle, il cuore, un botto

forte, proprio, forte
s’eietta, il cuore , e parte

sbatte, e gira, batte
l’idea, che il derma stacca

che quindi sbanda
se il cuore spacca

che lenta spacca
( il contatto)

si stacca:

***

Bang-bang
sparami se resto il tuo bersaglio

Bang-bang
se ti colpisco, poi, non è per sbaglio

Bang-bang
lago del sangue che mi fa ristagno

Bang-bang
scoppio così su te, senza saper perché,

guarda, sbiancando

***

 

C’è un motivo che mi sbatte nella testa,
e non se ne va

è qualcosa che attacca
tipo la lacca, e rimane là

tutto un senso di noia
dentro la gola – è la felicità,

questa qua? oppure è il malessere
che mi succhia dal plesso,

cioè andando giusto dalla testa, quando
finita è la festa, la festa

che tutti se ne vanno tutto fuma
nella mente, con la rabbia
che stagna sulle cose: e resta

a recidere l’aria

lo strazio funerario
che trivella il mio cranio

in tempesta, scompare
ogni traccia
del senso, la musica
sfuma, se pesta, da ossessa, il pensiero
il pensiero,

è in bonaccia

***

forse un bel giorno basta, andare via
trovarsi in faccia il tutto come un nien_
te; e poi tuffarsi e non riemergere _

o sci-
volare ,via, la mente dalla ria
resistenza del Corpo, che ci tiene
( del tempo, che ci perde)
forse un bel giorno uscirsene dal giorno,

via
dall’arpa canora che sul vento ci sfiora
( sulle ali del vento, spezzate dal vento,
in questo momento) adesso che sento
l’inanità del tempo, che implora
d’abbarbicarsi limaccioso all’ente

– e non
saper tenersi neanche un poco
quando la muffa scappa dalle unghie
che lievita le unghie dalla rumba

mi lievita,dunque, dall’unghie spuntandosi
m’allevia – io sciolgo l’arsura sonora,

per dire
ciao, mentre scivolo
ciao, mentre scivolo,

ciao

 

 

     26 gennaio 1997