nyctalopia

nota critica di Alessandra Conte 
nella pubblicazione interna al Premio Letterario Anna Osti, 16a edizione
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La veste di Nyctalopia è della curata edizione del Centro Culturale La Camera verde. Il titolo allude, come specificato in una nota a termine del testo, alla capacità visiva nelle ore crepuscolari e notturne. La stessa parola nictalopia può però sviare, avverte l’autrice, a seconda di come se ne interpretino i suoni, risalendo all’etimo, rendendo la cecità un chiaro vedere. Si tratta di un testo ricercato, una monografia sul buio sotterraneo della notte, che nelle tre sezioni di cui si compone (Imus, Corpus, Memento) propone un discorso che si svolge con linguaggio franto, che nel suggerire suggestiona, scomposto in parole che in alcuni casi nascono dalla loro stessa sonorità, e che possono svolgersi a catene, / (Vulcaniche vulnerabili vulve-radure ruderi petraie). L’avvio è sostenuto dalla bellissima citazione di Benn, dalle pieghe tu sole cavi mondi ogni notte, e nella duplicità dell’Imus si inoltra/ ci inoltriamo, accompagnati dall’unica presenza quasi solo qui nel testo incipitario, in seconda persona singolare (tu misuri la solitudine ti schermisci devii dagli specchi; […] non ti fai sviare; Poi prudentemente avanzi e da questa distanza inanimata ti sporgi). La scrittrice-nictalope-veggente è l’esploratrice che rende il brulichìo verbo-sonoro che è una […] Moltitudine nell’uno, che talvolta si snoda grammaticalmente per infiniti presenti. Le prose poetiche traggono spesso dal lessico delle scienze, suggerendo un trattamento oracolare di una sapienza superiore, rettiliana.
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La precedente nota è stata diffusa insieme a una scelta di poesie da Francesco Marotta su Rebstein https://rebstein.wordpress.com/2018/09/14/nyctalopia/
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 nota critica di Giorgio Bonacini

Versione stampabileSend to friendPDF versionUn poesia intitolata in modo diretto con un termine in cui convivono, senza contrasto, due significati che dovrebbero opporsi – vedere nell’oscurità e il suo contrario, questo significa nyctalopia – indica immediatamente una direzione di lettura verso l’esterna formazione di un mondo e, allo stesso tempo, un’idea di scrittura verso l’interiorità del dire poetico. Un fuori e un dentro che nascono e svolgono il loro cammino rivolgendo lo sguardo con reciprocità continua: lì dove il doppio motivo della luce e del buio ingloba e determina la voce e il mutismo, la vista e la cecità. L’autrice, consapevole che il fare poetico assume su di sé, e in sé produce, un dire che non è disvelamento o nascondimento, ma indicazione di uno sguardo mobile, mostra nei suoi testi un pensiero che è ai fondamenti di un reale visionario, che segna la figura profonda di ciò che sente come un vedere. E il punto di congiunzione tra il chiaro e l’oscuro è una zona che ha certamente limiti immaginativi, ma dai bordi indeterminati. Ed è proprio su quella soglia che chi guarda non si fa “sviare dall’ombra”, ma ne perlustra la trasparenza offuscata e la dimensione ondulante: quasi un luogo di deformazioni conoscitive dove le potenzialità del senso risuonando tendono a zittire e viceversa.

Nessuna preoccupazione di evidenza o chiarezza ingenue nel pensiero poetico di Rita Florit, bensì tanta occupazione di lucidità e precisione, pur tumultuosi ma in parola essenziale nel labirinto delle emozioni. Una ricerca sostanziale, stringata ma indirizzata a una multiformità sensoriale che riverbera dal fondo e sgorga nel sentimento di una voce che “è tutte le voci”. E non può essere che così: quando la necessità preme, stringendo i sintagmi e il loro sentire selettivo, la poesia lascia intravedere, e anche prefigurare, un’alternativa all’andamento ordinario delle cose: una ex-temporaneità (per usare un termine dell’autrice) che, in un’apparente contraddizione, continuamente e ricorsivamente fluisce e si consolida. E sono le cose a trasformarsi, sia nella loro apparenza sia nel loro essere, grazie a una percezione che scombina i sensi, espande vuoto e attrito e costringe la notte a rompere la sua ossessione per inalberare i bagliori della cecità che “illumina la tenebra”.

E se a questo aggiungiamo una forma di sgretolamento del corpo che, attraverso una ritmica fisica di sonorità, vibrazioni, fremiti, tremori, che ne scandagliano e ne spezzettano le parti con precisione nominale, producendo spasmi linguistici di elevata tensione, comprendiamo bene come, per l’autrice, quello che può sembrare uno squartamento porta invece a un espansione del non-silenzio (ciò che sta tra la mancanza del suono e il suo cominciamento), anche con il rischio della frantumazione e della dissipazione. Perché è così che la parola abbagliante della poesia, nella fioca luce del mondo, rende il poeta nictalope quasi veggente (precisa in una nota Rita Florit, con evidente richiamo a Rimbaud), in modo tale da far sì che la cecità esterna del momento notturno divenga essenziale per la visione ultravedente, per poter raccogliere e accogliere una nuova conoscenza del reale.

La notte invocata quasi in preghiera è mater riparatrice: presenza di luogo e tempo che riparando protegge, riparando custodisce e riparando aggiusta e ricompone. L’oscurità, allora, non è più irraggiungibile, non è più notte-mancanza,vuoto, nulla, assenza, ma inquietudine e alterazione in sonno e veglia: dove irradiano e si riversano concretezza e trasparenza, deragliamenti e scavi, bruciori e fluorescenze, in sinestesie di musiche di porpora, visceralmente guardate. Il tutto incluso in un sentire poetico proprio dell’immensa notte che qui attraversiamo e che ciecamente intravede e versa vertigine vivifica e vortica.