ANTEREM n°97 – Joyce Mansour da Fiamme Immobili

mie nuove traduzioni di Joyce Mansour
in ANTEREM rivista di ricerca letteraria n° 97

 

Annunci

presentazione Nyctalopia e Cardini

 

 CAMERA VERDE, via G. Miani 20, Roma
mercoledì 12 dicembre alle h.18,30
presentazione dei libri NYCTALOPIA e CARDINI
di Rita R.Florit (collana Calliope)
intervengono Tommaso Ottonieri e l’autrice

 

M. Guatteri – TECHNIQUES DE LIBÉRATION

Une fois qu’on a fermement posé (un) pied
contre le périnée et qu’on a fixé l’autre
au-dessus du pénis, appuyer vigoureusement
le menton à la poitrine et rester immobil
en tenant ses sens sous contrôle et ses yeux
fermés, en regardant entre ses sourcils.
On appelle ça Siddhasana qui ouvre
certainement les portes de la libération.
Or les sciences du langage sont premières parmi
les moyens de libération.

 

1

LA MODALITÉ VÉGÉTALE

Ils introduisent des objets; associations.
Ils se laissent envahir par des moments extérieurs, modifier leur forme.

Passifs: pensés par les objets. Mots; mémoire ; émotion.
Sensations spécifiques de ce qui bouge, de ce qui est agité. Arythmique.

Cinq classes productrices d’états.

Un cercle non interrompu (ils se suicident. Dès que réalisés).

Ça libère un fragment de matière : il se détache du flux.

Ça contribue à l’abolition d’au moins un fragment.
Il est tendu dans une seule position.

Les modalités du renoncement: l’abolition des modalités humaines.

Une autre modalité d’existence (la position, le premier pas).

La censure polit des automatismes; la concentration sur la chose,
un point: immobile et continue.

Mariangela Guatteri, La modalité végétale, da Techniques de libération, Benway Series, Tielleci Editrice, 2017 traduzione Michele Zaffarano

S. Quinzio – da Diario profetico

 

123.
Che bisogna lasciare tutto è vero. Ma è vero anche che non abbiamo neppure il coraggio di dirlo a noi stessi.

177.
Ricadendo nella vita quotidiana, nella quale siamo quasi sempre, diventa falso e assurdo  tutto ciò che è chiaro e vero. C’è una doppia verità, in pratica, e la verità vera c’è solo per pochi istanti.
Emergiamo dal nulla di quando in quando con una punta estrema di speranza. Ma questa possibilità c’è, e crea il tragico.

186.
Si sente frequentemente affermare la validità immutabile delle “verità scientifiche” contro l’incertezza e la contraddittorietà delle “verità filosofiche” o “religiose”.  È anzi questo, dal positivismo in poi, il cavallo di battaglia di coloro che non vogliono nulla al di là di quello che già hanno. In realtà le cose non stanno affatto così, e non c’è da questo punto di vista una vera differenza tra la storia della filosofia e la storia della scienza. In tutta la storia dell’umanità non esiste una sola affermazione che non sia stata prima o poi contraddetta, che non sia stata accolta e poi rifiutata. Nessuna, né per la religione né per la filosofia né per la scienza né per l’arte né per la politica né per la morale. Del resto, basterebbe riflettere sul fatto che neppure il “principio di identità” è sfuggito a questa sorte. È crollata la geometria euclidea, come è crollata l’astronomia di Tolomeo, come è crollata la fisica di Galileo, come è crollata la medicina di Ippocrate. I medici, oggi, ridono dei medici di anche solo cinquant’anni fa, come i medici di cinquant’anni fa ridevano dei loro predecessori, e come fra cinquant’anni si riderà dei medici d’oggi. Chi è schiavo del “secolo” è sempre convinto che la verità sia  hic et nunc. Si dirà che le dottrine scientifiche non crollano, ma che vengono superate e quindi incluse in una nuova dottrina, più ampia e più complessa. È un modo di dire. Che del resto può andare benissimo anche per la storia della filosofia e per la storia delle religioni. Anzi, di là è stato tratto e applicato alla storia della scienza ( che è l’idolo di turno, almeno fino a ieri), e quindi ne vede lo sviluppo , o cerca di vederlo. Hegel, che aveva fiducia nella “idea”, ne vedeva lo sviluppo. Poi la fiducia si restrinse alla sola scienza sperimentale, oggi, ormai, alla sola tecnica. Ma anche questo forse è passato: con l’arte, con il dinamismo a oltranza, l’uomo moderno di punta, si veda la Francia da Bergson in poi, si sforza di tornare primitivo.

 

S. Quinzio, Diario profetico, Adelphi, 1996

P.P.Pasolini – Terra lontana

a Marcello Pietro
(22.7.1917 – 8 .11. 1996)

CIERA LONTANA

MI volti viers la ciampana
muarta ch’a cianta cussì:
“Jo i vif ta la ciera lontana
da la vita ch’a no è pì>>

Amòur di na ciera lontana
par te il còur al mi dòul.

No vuej scoltà la ciampana
viva ch’a cianta cussì:
<<Jo i mòur ta la ciera lontana
da la muàrt ch’a no è pì>>
Amòur di na ciera lontana
par te il còur al mi dòul…

TERRA LONTANA
Mi volto verso la campana morta, che canta così: <<Io vivo nella terra lontana della vita che non è più>>.Amore di una terra lontana, per te il cuore mi duole. NOn volgio ascoltare la campana, viva, che canta così: <<Io muoio nella terra lontana della morte che non è più>>. Amore di una terra lontana, per te il cuore mi duole…

P.P.Pasolini , Il Gloria (1950-53) ,Appendici a La meglio gioventù,in P.P.Pasolini ,Tutte le poesie, I meridiani Mondadori, 2003

 

 

Ada Sirente – Collevero

Abitare i tralicci di ferro, dove il tempo somiglia alle mani che ponevano in fila tutti i pezzi di ferro fino all’ultima struttura, composta, è adesso che guardo il traliccio di ferro, l’imposta, che compone in finestra l’immagine tutta rimpicciolita.

Ora è grande quanto le dita, il traliccio, e quasi riesco a controllarne la fibra elettrificata – m’illudo, di farlo – nel tempo piccolo dello scatto di finestra chiusa sopra: circoscrivo.

L’energia è il confine furtivo che divide le cose, e le diventa.

Sono ferma davanti a qualcosa che sembra morire, ma torna: Impedenza.

Qualche cosa che rende la stanza un bipòlo, che resiste al passaggio sul suolo della luce alternata, se mi muovo,  col buio dell’ombra di corpo.

Proprio adesso spalanco: un rumore d’imposta invertito – tutto quello che vedo: un traliccio.

 

Ada Sirente, IV Colleverde ( i tralicci)  da Collevero, Di Felice edizioni, 2013

I. Bachmann – Muro del suono

 

 Klagenfurt 25 giugno 1926 – Roma 17 ottobre 1973

 

Schallmauer

 

Der  Lärmteppich, breit und laut,
hinter dir her schlieft,
was mehr lärmt
es, es zittern
Deine Häuser alle,
jeder Fußbreit
in deinem Kopf
alle deine Besitzungen
Gedanken, Gedenken
das überrast
mit ener Geschwindigkeit
die nie die deine war
dieser Wahn,  es ist nicht
mehr, nichts ist mehr, und
es ist nicht mehr weit
bis mit dem großen Knall
unter dem du dich duckst
über dir, oben , du
die Schallmauer durchschlängst,
nacch oben.
Du duckst dich, du bist schon
oben und trittst deine Reise an
mit funkelnden Fetzen und Felgen
mit ausgerissenen Nähten und
einer Wahnkraft, für deren
Durchschlag der Himmel immer zu weich
und die Erde zu hart ist.

Il tappeto del chiasso, largo e sonoro,
ti striscia dietro,
ciò che fa più chiasso, tutto
fa chiasso e lo fa sonoramente,
tremano tutte
Le tue case,
ogni palmo
nella testa
tutte le tue proprietà
pensieri, memorie
sfrecciano all’impazzata
con una velocità
che non è mai stata la tua
questa illusione, non è
più, nulla è più, e
non manca più molto
al grande schianto
sotto il quale ti chini
sopra di te, in alto,
sfondi il muro del suono,
verso l’alto.
Ti chini, sei già
in alto e cominci il tuo viaggio
con brandelli e volteggi sfavillanti
con cuciture strappate e
una forza illusoria per  il cui
sfondamento il cielo è sempre troppo tenero
e la terra troppo dura.

da  I. Bachmann, Non conosco mondo migliore, Guanda 2004
trad. Silvia Bortoli

da NYCTALOPIA

 

 

La Bestia in agguato l-angue la lingua salirà verso l’alto, piante radiali affiorano, serpe-vita vampe visioni
boschi vasti di te in me spazio dendrite, forma della memoria lucida, la sua spada è la dura “r” rame oro, chiaro senz’ombra sentiero tra le ramaglie, foglie degli occhi mani umide colline.

Rita R. Florit, Nyctalopia, La Camera verde, 2018

Benoît Gréan legge Bleu Jour

 

 

Lecture par l’auteur de Bleu jour, poème de Benoît Gréan sur des images de Caroline Coppey publié aux éditions Les Lieux Dits (Germain Roesz), sur l’invitation de Kim Rebholz et la Philharmonie des Couleurs, devant le Grand Voile, pièce centrale de l’exposition de Caroline Coppey à l’abbaye de Bohéries, le 23 septembre 2017 à l’occasion du finissage. Les trente-trois poèmes de Bleu jour sont organisés en trois séries de onze textes chacune, A noir, E blanc, O bleu : ceux de cette dernière, résolution des deux précédentes, illustrent plus spécifiquement et dans l’ordre chacune des onze images de l’artiste qui constituent l’ouverture et le fondement du livre. Trois mouvements donc : A noir (0:01) E blanc (2:49) O bleu (5:35

 

 

 

 

Nyctalopia

grazie a Francesco Marotta

La dimora del tempo sospeso

Rita Florit

Una poesia intitolata in modo diretto con un termine in cui convivono, senza contrasto, due significati che dovrebbero opporsi – vedere nell’oscurità e il suo contrario, questo significa nyctalopia – indica immediatamente una direzione di lettura verso l’esterna formazione di un mondo e, allo stesso tempo, un’idea di scrittura verso l’interiorità del dire poetico. Un fuori e un dentro che nascono e svolgono il loro cammino rivolgendo lo sguardo con reciprocità continua: lì dove il doppio motivo della luce e del buio ingloba e determina la voce e il mutismo, la vista e la cecità. L’autrice, consapevole che il fare poetico assume su di sé, e in sé produce, un dire che non è disvelamento o nascondimento, ma indicazione di uno sguardo mobile, mostra nei suoi testi un pensiero che è ai fondamenti di un reale visionario, che segna la figura profonda di ciò che sente come un…

View original post 323 altre parole

G.Benn – Bilancio delle prospettive

L’evo antico era l’albero subtropicale, l’evo moderno era il prato, la natura irrigata. Ancora duecento anni fa il senso della natura si manifestava nelle strofe alla luna, oggi la natura ha qualcosa di innaturale e vento e meteorologia hanno effetti esagerati. Il posto dell’uomo di oggi è in un appartamento ai piani alti, e il riscaldamento a nafta occupa i suoi pensieri più di qualsiasi senso della sfinge. Comincia una nuova storia, la storia del futuro sarà la storia della campagna mendelizzata e della natura sintetica.

Nichilismo, una realtà interiore, da Pietra verso flauto, Adelphi 1990

G.Benn – Erst wenn

Nicht die Olivenlandschaft,
nicht das Tyrrhenische Meer
sind die große Bekanntschaft:
die weißen Städte sind leer,
die Dinge lagern in stummen
Gewölben aus Substanz,
und keine Schatten vermummen
der regunglosen Glanz.

Leer steht die Weinzisterne,
in Strahlen fassungslos
bietet sie nichts an Ferne
und an Zerstörungsstoß
und hilft nichtauszubreiten,
was im Gehirne schlief:
sie bietet Südlichkeiten,
doch nicht das Südmotiv.

Ein Hof polarer Reste,
Eiszeiten, Schollenwand
selbst um die Villa d’Este
und ihren Ginsterbrand:
erst wenn die Schöpfungswunde,
sich still eröffnet hat,
steigt die Verströmungsstunde
von Saum der weißen Stadt.

*

Solo quando

Non il paesaggio d’ulivi,
non il tirrenico mare
sono l’evento grande dell’incontro:
le bianche città sono vuote,
le cose giacciono in mute
catacombe di sostanza,
e non v’è ombra che mascheri
lo stagnante splendore.

Vuota sta la cisterna del vino,
sfavilla e non sa contenere,
nulla offre che sia lontananza
che sia empito di distruzione
e ad espandersi non aiuta
ciò che dentro il cervello dormiva:
offre un’aria meridionale,
non già il motivo del sud.

Una corte di resti polari,
età glaciali, muraglia di lastre
persino tutto in giro a Villa d’Este
e al suo avvampar di ginestre:
solo quando la piaga del creare
si è nel silenzio dischiusa
scende l’ora del dilagare
dall’orlo della bianca città.

da  Morgue, Einaudi, 1971 trad.Ferruccio Masini

Nelly Sachs da ENIGMI ROVENTI

 

Die Fortlebenden haben die Zeit angefaßt
bis ihnen Goldstaub in den Händen blieb
Sie singen Sonne – Sonne –
Mitternach das schwarze Auge
ist mit dem Totenlaken zugedeckt –

*

I sopravvissuti hanno afferrato il tempo
fino a trovarsi in mano polvere d’oro
Cantano il sole  – il sole –
Mezzanotte occhio buio
dal sudario è coperta –

 

 

Nelly Sachs, Poesie, Einaudi, 2006
trad. Ida Porena

Simone Weil – La Lettera sociale

L’uomo in tanto è schiavo in quanto fra l’azione e l suo effetto, fra lo sforzo e l’opera, si situa l’intervento di volontà estranee.
È questo il caso, oggi,  e dello schiavo e del padrone. Mai l’uomo è di fronte alle condizioni della propria attività. La società fa da schermo fra la natura e l’uomo.

Essere in faccia alla natura e non agli uomini è l’unica disciplina. Dipendere da una volontà estranea significa essere schiavo: Ora, questa è la sorte di tutti gli uomini: Lo schiavo dipende dal padrone e il padrone dallo schiavo. Situazione che rende o supplicante o tiranno o tutt’e due le cose insieme ( omnia serviliter pro dominazione). Invece, di fronte alla natura inerte, l’unica risorsa è pensare […]

[…]Considerare sempre gli uomini al potere come cose pericolose.
Farsi da parte quanto più si può senza doversi disprezzare. E se un giorno ci si vede costretti, sotto pena di viltà, di andare a infrangersi contro la loro potenza, considerarsi come vinti dalla natura delle cose e non dagli uomini. Si può essere in cella e incatenati ma si può essere anche colpiti da cecità o paralisi. Nessuna differenza.
Solo modo di osservare la propria dignità nella sottomissione forzata: considerare il capo come una cosa. Ogni uomo è schiavo della necessità, ma lo schiavo cosciente è molto superiore.[…

da L’ombra e la grazia, Bompiani. Testi a fronte, 2007
trad. Franco Fortini

Piero della Francesca

fragm

 

La luce di San Francesco, d’arancio rosa.

Davide a Abigail: “Vedi, ho dato ascolto alla tua voce e ho accolto la tua presenza” (Sm1, 25, 35).

Descubre tu presencia, Y máteme tu vista y hermosura; Mira que la dolencia De amor, que no se cura Sino con la presencia y la figura. (Juan de la Cruz)

Il crocifisso di Cimabue a San Domenico

Bassorilievi sopra la porta di Santa Maria della Pieve: lo scorrere del tempo, i presocratici e il dio cristiano.

Tu, di fronte ai mesi, io di fronte al quadro di Sabatelli “Davide e Abigail”.

I mesi. Il trascorrere del tempo. Stiamo seduti sulla sponda di un fiume e guardiamo il passaggio dell’acqua. Dove non possiamo entrare.

Nell’acqua non entriamo, forse già siamo nel grande mare universale che ci trascina come legni nella corrente… e non lo sappiamo!

Come guardare il paesaggio e il cielo…

View original post 36 altre parole

Durs Grünbein – Aus dem Arktischen Kriegen

Und eines Tages taucht man aus. Der Dichtung auf
Wie aus dem Meer ein Eisberg, und im Logbuch
steht:
Am Morgen Kurs geändert Richtung Nord-Nord-Ost.D
Das Hertz dreht bei. Das Wasser färbt sich blauwalblau

Dann wird zum Imperfekt in fernen in Hirnregionen,
Was täglich Aufbruch war und Sensation,
Entdeckungsfahrt
Wie Packeis näher rückt die halbe Wahrheit – Prosa.
Und friert ihn ein, auf rauhen Lippen, den Gesang.

Dalle guerre artiche

E un bel giorno tu emergi dal tuo far poesia
come un iceberg dal mare e sul giornale di bordo
c’è: mattina, cambio di rotta, direzione nord-nord-est.
Il cuore si è adeguato. L’acqua si fa blu balena.

Nelle remote regioni del cervello diventa un imperfetto
ciò che era partenza e sensazione e viaggio
d’esplorazione.
Come il pack s’avvicina la mezza verità – la prosa.
E congela, sulle labbra secche, il canto.

Durs Grünbein, Strofe per dopodomani e altre poesie, Einaudi, 2011
Trad. A.M. Carpi

Miró – Leiris

 

18

Joan Miró ou feu follet?
Bûcheron ou sylvain ?
Racine fourchue ou mandragore ?
Forêt d’automne ou arlequin ?
Sang ou rubis ?
Dame ! C’est selon…

*

Joan Miró o fuoco fatuo ?
Boscaiolo o silvano ?
Radice forcuta o mandragora
Foresta d’autunno o arlecchino ?
Sangue o rubino?
Beh ! Dipende …

 

Michel Leiris , Marron sculptés pour Miró, 1961, in Mots sans mémoire, Gallimard 1969
traduzione Rita R. Florit

 

 

Catalogo della mostra al Museo de l’Athénée del luglio 1961 con litografia originale di Miró in copertina.  L’edizione originale di « Marrons sculptés pour Miró », testo omaggio scritto da Michel Leiris è la  prefazione al catalogo pubblicata in plaquette (100 esemplari) 

O.V. de L. Milosz – Sinfonia di novembre

[…]
Tutto sarà proprio come in questa vita! – Lo stesso giardino,
Profondo, profondo, fitto, oscuro. E verso mezzogiorno
Felici d’esser lì si riuniranno
Persone che non si sono mai conosciute e che non sanno

Le une  delle altre se non questo: che ci si dovrà vestire
A festa e avviarsi nella notte
Degli scomparsi, da soli, senza amore e senza lume.
Tutto sarà proprio come in questa vita. […]

O.V. de Lubitsch Milosz, da Sinfonia di novembre e altre poesie, Adelphi, 2008
trad. M. Rizzante

G. Deleuze – L’esausto

[…]
l’esausto resta seduto al suo tavolo, “testa china appoggiata alle mani”, mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle mani, testa raso tavolo. Postura dell’esausto, che Nachte und Träume riprende sdoppiandola. I dannati di Beckett sono la più stupefacente galleria di posture, andature e posizioni, dopo Dante. Certo Macmann osservava che “si sentiva più a proprio agio seduto che in piedi e coricato piuttosto che seduto”. Ma questa è una formula più adatta alla stanchezza che alla sfinitezza. Sdraiarsi non è mai la fine, l’ultima parola, è la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare. Per fermare lo strisciante, bisogna ficcarlo in un buco, piantarlo in un orcio dentro il quale, non riuscendo più a muovere le membra, smuoverà ancora qualche ricordo. Ma la sfinitezza non si lascia ancora sdraiare e, a notte fatta, resta seduta al suo tavolo,  la testa svuotata su mani prigioniere.
[…]

Gilles Deleuze, L’esausto, Nottetempo 2016

Beckett – Bach

[Per Marcello e Siegfried]

Smania visto questo –
questo –
qual’è la parola –
questo –
questo questo –
questo qui –
tutto questo questo qui –
smania dato tutto questo –
visto –
smania visto tutto questo questo qui di –
di –
qual’è la parola –
vedere –
intravedere-
credere d’intravedere –
smania di voler credere d’intravedere quale –


Qual’è la parola in  S. Beckett, Poesie, Einaudi, 1999
a cura di G. Frasca

 

 

G. Manganelli – Discorso dell’ombra e dello stemma

[…] Quando Leopardi entrava nell’ombra abbagliante delle Ricordanze, gli ridevano gli inchiostri, terribilmente. Il riso della letteratura è alto. È antico. Non è antropomorfico. È il ‘riso’[…]

[…]Ma il riso non ha, a sua volta, nulla a che fare con l’allegria. L’allegria è socievole, è amica, è pacifica. Il riso è solitario, incomunicabile, astratto, impossibile a trascriversi, trasversale, illeggibile; il riso cavernoso non è tetro; è furbo,ha trovato una caverna e ride moltiplicandosi del riso della caverna che, notate, notate, non sa leggere […]

[..] Possiamo aggirare il ‘luogo del riso’ della letteratura? La letteratura è inutile; La letteratura è indispensabile. Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti. La letteratura è innaturale, e non possiamo sopravvivere senza letteratura. Ma dunque noi, recitanti una parte di naturali, dobbiamo lacerare la natura che, incongrua veste, ci attanaglia; e, con grande sofferenza e lentezza, dobbiamo giungere – dove? Nel luogo dove noi cessiamo di essere autori; dove la dura abrasione del nome è stata portata a termine, del tutto consapevoli di quanto essa assomigli a una decapitazione; dove noi non scriviamo, ma la nostra pelle pergamenata si copre di minuscoli caratteri, incisi nella carne, a fuoco, con pena forte e dura, e quando ci leggiamo con riso duro e forte […]

Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, Adelphi 2017

Beckett – Compagnia

Imminente sovrasta per un certo periodo ciò che segue. La necessità di compagnia non è costante. Momenti in cui la sua monotonia non è una variante. Intrusione di voce allo stesso modo. In modo analogo immagine dell’ascoltatore. In modo analogo la propria. Rimpianto poi di averle suscitate e problema di come dissolverle. Infine che senso allora la sua monotonia? Quale possibile variante. Lascia perdere. Per adesso.

S. Beckett, Compagnia e Worstward Ho, Jaca Book, 1986

Michel Leiris -Nuits sans nuits, et quelques jour sans jour

SANS DATE
(demi-sommeil)

Un arbre à trois branches (qui sont des serpents) frappe au carreau de ma fenêtre, vêtu d’un complet de confection et d’un faux col cassé.
Un peu plus tard dans la nuit, un chien – que j’imagine couché entre le matelas et le sommier de mon lit – n’est plus qu’un long reptile de bronze dont les piquants inclinés comme ceux d’un porc-épic me pénètrent dans le corps.

SENZA DATA
(dormiveglia)

Un albero a tre rami (che sono serpenti) bussa ai vetri della mia finestra, vestito d’un completo fatto in serie, e con un finto colletto inamidato spezzato.
Poco più tardi durante la notte , un cane – che immagino accucciato tra il materasso e la rete del mio letto – non è che un lungo rettile di bronzo le cui scaglie inclinate come quelle dell’istrice mi penetrano nel corpo

M. Leiris, NUITS SANS NUIT  et quelques jour  sans jours, Gallimard, 1961

trad. r.r.florit

PPP- La Divina Mimesis

 

La verità che non si riesce a dire (come gli antichi non riuscivano a dire i sogni perché li credevano qualcosa di diverso da ciò che sono in realtà) è questa: ognuno di noi è fisicamente la figura di un acquirente e le nostre inquietudini sono le inquietudini di questa figura (così come i nostri terrori sono i terrori dei nostri sogni). Il mondo degli uomini come noi li conosciamo nella nostra vita modellata dalla maggioranza, è un mondo di acquirenti. Tutto ciò che ci serve per manifestarci è acquistato. Ma il vero sguardo che osserva noi acquirenti non è lo sguardo di un altro acquirente. Solo in certi momenti tale sguardo è anche il nostro sguardo: ma allora si tratta di una divinazione, il cui valore non è né stabilito né riconosciuto da alcuno. Perciò  la nostra esperienza vitale resta l’esperienza di chi si rivela attraverso l’umile acquisto. Nei casi migliori, tuttavia, riusciamo a fare di questa esperienza di illusi una esperienza reale: riusciamo cioè a identificare le esperienze della figura dell’acquirente che ci vive con le esperienze di quella figura irrealizzata che si chiama uomo. A meno che la figura dell’acquirente non si valga anche di tale presunta identificazione – attraverso a manovra che ci è ben nota –  per viverci ulteriormente la pace. Le leggi che ci governano hanno preso forma in un altro mondo cui non appartiene nessuno. Perché siamo sempre noi che, se volgiamo, diventiamo prima sicari e catecumeni, poi maestri della produzione di quelle merci di cui siamo acquirenti. Facendo questo sperimentiamo che non c’è alcuna soluzione di continuità tra suddito e padrone, tra lavoratore e capitalista. Ogni promozione non cancella  mai lo stato precedente: così come il fatto di essere adulti non cancella il fatto di essere stati ragazzi. Anzi, sono in ogni caso gli stati primi, i più importanti e definitivi. Anche chi partecipa alla produzione avrà sempre i caratteri del consumatore. Ritornerà sempre alle sue prime inquietudini. Al suo non appartenersi. Non è suo lo sguardo che guarda chi è presente e si esprime acquistando le sue merci.

 
Pier Paolo Pasolini, Appunti e frammenti per il IV canto da La Divina Mimesis, Mondadori 2006

E.M. Cioran – Syllogismes de l’amertume

 

Accès involontaire à nous-même, la maladie nous astreint à la “profondeur”, nous y condamne. – Le malade? Un métaphisicien malgré lui.

Accesso involontario a noi stessi, la malattia ci costringe  alla profondità”, ne fa la nostra condanna. – Il malato? Un metafisico suo malgrado

da E. M. Cioran, Aux sources du vide, in Syllogismes de l’amertume,   Œvres, Quarto/Gallimard , Paris 2003
traduzione A. Marchetti

 

 

 

Paracelso – Leiris

“Il  ciarlatano studia le malattie negli organi malati, dove non trova che gli effetti, rimanendo ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie, studiando l’uomo universale.”


§

« Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim  ou, pour la postérité PARACELSE :effervescence bruissante del sels qui se dissolvent, giclée d’eau de Seltz qu’en le serrant au col on fait jaillir d’un siphon,  allumette qu’on frotte et qui fulmine, départ en fusée de ce qui était sous pression. »

Michel Leiris , Frêle bruit, Gallimard 1976

« Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim  o, per i posteri PARACELSO : frusciante effervescenza di sali che si dissolvono, spruzzata di Seltz che serrandone il collo si schizza da un sifone, fiammifero che si strofina e fulmina, partenza a razzo di ciò che era sotto pressione. »

traduzione r.r.f.

Tommaso Ottonieri – Ulysses 9/11

Nell’ultimo volo. Dall’Ottava Bolgia (Inf.XXVI) a Ground Zero (9/XI)

il reading di Ottonieri (al piano: Rocco De Rosa) è all’interno di “Pasiones”, un progetto di Canio Loguercio per la Settimana della cultura italiana a Cuba.
La data cubana dello spettacolo al Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam, il 26 novembre 2010 è stata curata dall’Associazione Melange in collaborazione con le Edizioni d’If.

Arno Schmidt – Leviatano

[..]

Il lungo crepuscolo. Trascinare. Buio bisbiglia, al modo di un pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso. Trascinare.Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò pieno il primo astro; grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare. Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.

Arno Schmidt, Leviatano o il migliore dei mondi, Mimesis 2012

ciao Jolanda

 

jolanda-insana-copyright-enzo-eric-toccaceli1

Jolanda Insana

(Messina, 18 maggio 1937 – Roma, 27 ottobre 2016)

poiché la vista stava variando ho svuotato le tasche
e deposta la sacca ho scagliato elci e bastone
all’imbocco dell’erto passo
per lasciare lì il peso dicendo e non dicendo
qui resta la stanchezza
e volendo essere leggere m’inerpico alleggerita
contando di lasciare alla prossima salita l’altro
peso

in cima si arriva prima con la mente

non posso evitare il veleno
amando io il pungiglione della vita
e in dosi quotidiane lo prendo
antidoto contro il grande veleno amaro
e così pure avendo ferite aperte sulle mani
tocco le cose e punto i piedi
per spostare la parete massello del falso male
traendo la vita alla sua vita nel piccolo quadrato
che sta dentro il magico quadrato
della forza e del suo giorno

qualcosa è stato scritto in qualche centro
e però srotolando la scrittura devio e mi ribello
perdutamente sommersa l’immagine anguillosa
volendo essere un’altra senza copiatura
e ritorno animale sulla traccia del seme e del pane
per lusinghevole promessa di temporale regname

aperta quarantanove volte la porta
nessuno vi passò e dovevo sapere
che l’altra porta era chiusa
e nessuno poteva uscire
e si riaprirà ancora la porta
e non passa chi si chiude dall’altra parte
e non mette mani alle sue malie

ho conosciuto il càid del villaggio
e l’ansito che batte dal fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

poiché la vita taglia
come filo di scoperto male afferrato
la vita malamente afferrata in parolette brevi
e senza gusto affrontatore
e l’anima paga della raccolta s’addormenta
e non sa su quale paglia giacerà
continuo a strappare il fiore
con il  pollice e l’anulare
e l’avvolgo in rosso panno

e costruire trappole per acchiappare l’anima
fuoriuscita dal corpo sveglio e sottratta alla pazzia
riportarla alla sua culla viva
prima che il vuoto ricominci a ribollire e la divori

da Il magico quadrato in  Medicina carnale,  Lo Specchio Mondadori, 1994

 

 

Mariangela Guatteri da “La cognizione dello spazio”

Non è sufficiente dire:” io non sono il corpo”.
Bisogna anche realizzarlo. Non è così semplice.
Bisogna non essere preda del delirio.

L’universo è diviso in tre sistemi planetari, quello
superiore, quello intermedio, quello inferiore. La
Terra fa parte del sistema intermedio.
Anche gli altri pianeti dell’universo sono popolati
da innumerevoli esseri viventi; sulla Terra
non esiste alcun luogo privo di esseri viventi.
In profondità nel terreno ci sono i vermi, nell’acqua
ci sono animali acquatici, nel cielo ci sono gli uccelli.

Tutti sono intrappolati.

Si potrebbe usare la propria energia in modo da
ottenere un corpo che permetta di entrare nel
pianeta.

Al momento della morte bisogna staccare gli
occhi dalla contemplazione degli oggetti, e
impegnare le orecchie ad ascoltare la vibrazione.
Se la mente è turbolenta va fissata e il respiro
condotto alla sommità del capo. Si può raggiungere
la perfezione.
A questo stadio si decide dove andare. Esistono
innumerevoli pianeti.
Si hanno informazioni dell’esistenza di questi
luoghi attraverso la letteratura.
Se per esempio si vuole andare in America, ci si
può fare qualche idea di questo paese leggendo i
relativi opuscoli.
Se si conoscono tutte le descrizioni che i testi
contengono, ci si può trasferire secondo il proprio
desiderio su qualsiasi pianeta.
Il viaggio con mezzi meccanici non è il metodo
riconosciuto.
 

Mariangela Guatteri, Le connnaissance de l’espace/ La cognizione dello spazio, Benway Series Feuilles/Fogli, Tielleci 2014

 

 

Geolatria

spezza il pane del corpo
separa in quattro ventricoli
il canopèo del cuore  rapido
fluendo in argilla
tra portici di ghiaia e cunicoli falsi
il congruo accatastato

da cumuli d’echi
d’arcobaleni incerti

dove non si guarda
né a sud né a nord
né sopra né sotto
fluttuante fanfara di immani segreti
disfano fragili brulichii
di mondi corporali
nel bisbiglio increato
di alvei di vertebre di terre scure
in preda di coscienza
l’occhio del precipizio
chiare insonni
vallate d’orecchi illumini
di gusci d’ombra a picco
d’eternità
obbrobriosamente scomparse
brevi tori d’onda perpetua
e agglomerati d’orge in pompa
e conchiglie gelate di essenze feldspatiche.

(primi anni ottanta)

Emilio Villa, Zodiaco, Empirìa, 2000

M.Leiris- la parole entre objectivité-subjectivité

 

Un seul homme peut prétendre avoir  quelque connaissance de la vie dans ce qui fait sa substance, le poète; parce qu’il se tient au cœur du drame qui se joue entre ces deux poles: objectivité – subjectivité;
parce qu’il les exprimes à sa manière qui est le déchirement, dont il se nourrit quant à lui-même et dont, quant au monde, il est le porte-venin ou, si l’on veut, porte-parole.

Michel Leiris, L’Afrique fantôme, 17 mai 1932, Paris, Rééd Gallimard Coll. Tel, 1988