Emilio Villa -L’Eclettico Verbovisivo

mia nota di lettura  a “Una musa indiscreta”
http://tysm.org/emilio-villa-leclettico-verbovisivo/

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G.Benn – Bilancio delle prospettive

L’evo antico era l’albero subtropicale, l’evo moderno era il prato, la natura irrigata. Ancora duecento anni fa il senso della natura si manifestava nelle strofe alla luna, oggi la natura ha qualcosa di innaturale e vento e meteorologia hanno effetti esagerati. Il posto dell’uomo di oggi è in un appartamento ai piani alti, e il riscaldamento a nafta occupa i suoi pensieri più di qualsiasi senso della sfinge. Comincia una nuova storia, la storia del futuro sarà la storia della campagna mendelizzata e della natura sintetica.

Nichilismo, una realtà interiore, da Pietra verso flauto, Adelphi 1990

G.Benn – Erst wenn

Nicht die Olivenlandschaft,
nicht das Tyrrhenische Meer
sind die große Bekanntschaft:
die weißen Städte sind leer,
die Dinge lagern in stummen
Gewölben aus Substanz,
und keine Schatten vermummen
der regunglosen Glanz.

Leer steht die Weinzisterne,
in Strahlen fassungslos
bietet sie nichts an Ferne
und an Zerstörungsstoß
und hilft nichtauszubreiten,
was im Gehirne schlief:
sie bietet Südlichkeiten,
doch nicht das Südmotiv.

Ein Hof polarer Reste,
Eiszeiten, Schollenwand
selbst um die Villa d’Este
und ihren Ginsterbrand:
erst wenn die Schöpfungswunde,
sich still eröffnet hat,
steigt die Verströmungsstunde
von Saum der weißen Stadt.

*

Solo quando

Non il paesaggio d’ulivi,
non il tirrenico mare
sono l’evento grande dell’incontro:
le bianche città sono vuote,
le cose giacciono in mute
catacombe di sostanza,
e non v’è ombra che mascheri
lo stagnante splendore.

Vuota sta la cisterna del vino,
sfavilla e non sa contenere,
nulla offre che sia lontananza
che sia empito di distruzione
e ad espandersi non aiuta
ciò che dentro il cervello dormiva:
offre un’aria meridionale,
non già il motivo del sud.

Una corte di resti polari,
età glaciali, muraglia di lastre
persino tutto in giro a Villa d’Este
e al suo avvampar di ginestre:
solo quando la piaga del creare
si è nel silenzio dischiusa
scende l’ora del dilagare
dall’orlo della bianca città.

da  Morgue, Einaudi, 1971 trad.Ferruccio Masini

Nelly Sachs da ENIGMI ROVENTI

 

Die Fortlebenden haben die Zeit angefaßt
bis ihnen Goldstaub in den Händen blieb
Sie singen Sonne – Sonne –
Mitternach das schwarze Auge
ist mit dem Totenlaken zugedeckt –

*

I sopravvissuti hanno afferrato il tempo
fino a trovarsi in mano polvere d’oro
Cantano il sole  – il sole –
Mezzanotte occhio buio
dal sudario è coperta –

 

 

Nelly Sachs, Poesie, Einaudi, 2006
trad. Ida Porena

Simone Weil – La Lettera sociale

L’uomo in tanto è schiavo in quanto fra l’azione e l suo effetto, fra lo sforzo e l’opera, si situa l’intervento di volontà estranee.
È questo il caso, oggi,  e dello schiavo e del padrone. Mai l’uomo è di fronte alle condizioni della propria attività. La società fa da schermo fra la natura e l’uomo.

Essere in faccia alla natura e non agli uomini è l’unica disciplina. Dipendere da una volontà estranea significa essere schiavo: Ora, questa è la sorte di tutti gli uomini: Lo schiavo dipende dal padrone e il padrone dallo schiavo. Situazione che rende o supplicante o tiranno o tutt’e due le cose insieme ( omnia serviliter pro dominazione). Invece, di fronte alla natura inerte, l’unica risorsa è pensare […]

[…]Considerare sempre gli uomini al potere come cose pericolose.
Farsi da parte quanto più si può senza doversi disprezzare. E se un giorno ci si vede costretti, sotto pena di viltà, di andare a infrangersi contro la loro potenza, considerarsi come vinti dalla natura delle cose e non dagli uomini. Si può essere in cella e incatenati ma si può essere anche colpiti da cecità o paralisi. Nessuna differenza.
Solo modo di osservare la propria dignità nella sottomissione forzata: considerare il capo come una cosa. Ogni uomo è schiavo della necessità, ma lo schiavo cosciente è molto superiore.[…

da L’ombra e la grazia, Bompiani. Testi a fronte, 2007
trad. Franco Fortini

Piero della Francesca

fragm

 

La luce di San Francesco, d’arancio rosa.

Davide a Abigail: “Vedi, ho dato ascolto alla tua voce e ho accolto la tua presenza” (Sm1, 25, 35).

Descubre tu presencia, Y máteme tu vista y hermosura; Mira que la dolencia De amor, que no se cura Sino con la presencia y la figura. (Juan de la Cruz)

Il crocifisso di Cimabue a San Domenico

Bassorilievi sopra la porta di Santa Maria della Pieve: lo scorrere del tempo, i presocratici e il dio cristiano.

Tu, di fronte ai mesi, io di fronte al quadro di Sabatelli “Davide e Abigail”.

I mesi. Il trascorrere del tempo. Stiamo seduti sulla sponda di un fiume e guardiamo il passaggio dell’acqua. Dove non possiamo entrare.

Nell’acqua non entriamo, forse già siamo nel grande mare universale che ci trascina come legni nella corrente… e non lo sappiamo!

Come guardare il paesaggio e il cielo…

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Durs Grünbein – Aus dem Arktischen Kriegen

Und eines Tages taucht man aus. Der Dichtung auf
Wie aus dem Meer ein Eisberg, und im Logbuch
steht:
Am Morgen Kurs geändert Richtung Nord-Nord-Ost.D
Das Hertz dreht bei. Das Wasser färbt sich blauwalblau

Dann wird zum Imperfekt in fernen in Hirnregionen,
Was täglich Aufbruch war und Sensation,
Entdeckungsfahrt
Wie Packeis näher rückt die halbe Wahrheit – Prosa.
Und friert ihn ein, auf rauhen Lippen, den Gesang.

Dalle guerre artiche

E un bel giorno tu emergi dal tuo far poesia
come un iceberg dal mare e sul giornale di bordo
c’è: mattina, cambio di rotta, direzione nord-nord-est.
Il cuore si è adeguato. L’acqua si fa blu balena.

Nelle remote regioni del cervello diventa un imperfetto
ciò che era partenza e sensazione e viaggio
d’esplorazione.
Come il pack s’avvicina la mezza verità – la prosa.
E congela, sulle labbra secche, il canto.

Durs Grünbein, Strofe per dopodomani e altre poesie, Einaudi, 2011
Trad. A.M. Carpi

Miró – Leiris

 

18

Joan Miró ou feu follet?
Bûcheron ou sylvain ?
Racine fourchue ou mandragore ?
Forêt d’automne ou arlequin ?
Sang ou rubis ?
Dame ! C’est selon…

*

Joan Miró o fuoco fatuo ?
Boscaiolo o silvano ?
Radice forcuta o mandragora
Foresta d’autunno o arlecchino ?
Sangue o rubino?
Beh ! Dipende …

 

Michel Leiris , Marron sculptés pour Miró, 1961, in Mots sans mémoire, Gallimard 1969
traduzione Rita R. Florit

 

 

Catalogo della mostra al Museo de l’Athénée del luglio 1961 con litografia originale di Miró in copertina.  L’edizione originale di « Marrons sculptés pour Miró », testo omaggio scritto da Michel Leiris è la  prefazione al catalogo pubblicata in plaquette (100 esemplari) 

O.V. de L. Milosz – Sinfonia di novembre

[…]
Tutto sarà proprio come in questa vita! – Lo stesso giardino,
Profondo, profondo, fitto, oscuro. E verso mezzogiorno
Felici d’esser lì si riuniranno
Persone che non si sono mai conosciute e che non sanno

Le une  delle altre se non questo: che ci si dovrà vestire
A festa e avviarsi nella notte
Degli scomparsi, da soli, senza amore e senza lume.
Tutto sarà proprio come in questa vita. […]

O.V. de Lubitsch Milosz, da Sinfonia di novembre e altre poesie, Adelphi, 2008
trad. M. Rizzante

G. Deleuze – L’esausto

[…]
l’esausto resta seduto al suo tavolo, “testa china appoggiata alle mani”, mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle mani, testa raso tavolo. Postura dell’esausto, che Nachte und Träume riprende sdoppiandola. I dannati di Beckett sono la più stupefacente galleria di posture, andature e posizioni, dopo Dante. Certo Macmann osservava che “si sentiva più a proprio agio seduto che in piedi e coricato piuttosto che seduto”. Ma questa è una formula più adatta alla stanchezza che alla sfinitezza. Sdraiarsi non è mai la fine, l’ultima parola, è la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare. Per fermare lo strisciante, bisogna ficcarlo in un buco, piantarlo in un orcio dentro il quale, non riuscendo più a muovere le membra, smuoverà ancora qualche ricordo. Ma la sfinitezza non si lascia ancora sdraiare e, a notte fatta, resta seduta al suo tavolo,  la testa svuotata su mani prigioniere.
[…]

Gilles Deleuze, L’esausto, Nottetempo 2016

Beckett – Bach

[Per Marcello e Siegfried]

Smania visto questo –
questo –
qual’è la parola –
questo –
questo questo –
questo qui –
tutto questo questo qui –
smania dato tutto questo –
visto –
smania visto tutto questo questo qui di –
di –
qual’è la parola –
vedere –
intravedere-
credere d’intravedere –
smania di voler credere d’intravedere quale –


Qual’è la parola in  S. Beckett, Poesie, Einaudi, 1999
a cura di G. Frasca

 

 

G. Manganelli – Discorso dell’ombra e dello stemma

[…] Quando Leopardi entrava nell’ombra abbagliante delle Ricordanze, gli ridevano gli inchiostri, terribilmente. Il riso della letteratura è alto. È antico. Non è antropomorfico. È il ‘riso’[…]

[…]Ma il riso non ha, a sua volta, nulla a che fare con l’allegria. L’allegria è socievole, è amica, è pacifica. Il riso è solitario, incomunicabile, astratto, impossibile a trascriversi, trasversale, illeggibile; il riso cavernoso non è tetro; è furbo,ha trovato una caverna e ride moltiplicandosi del riso della caverna che, notate, notate, non sa leggere […]

[..] Possiamo aggirare il ‘luogo del riso’ della letteratura? La letteratura è inutile; La letteratura è indispensabile. Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti. La letteratura è innaturale, e non possiamo sopravvivere senza letteratura. Ma dunque noi, recitanti una parte di naturali, dobbiamo lacerare la natura che, incongrua veste, ci attanaglia; e, con grande sofferenza e lentezza, dobbiamo giungere – dove? Nel luogo dove noi cessiamo di essere autori; dove la dura abrasione del nome è stata portata a termine, del tutto consapevoli di quanto essa assomigli a una decapitazione; dove noi non scriviamo, ma la nostra pelle pergamenata si copre di minuscoli caratteri, incisi nella carne, a fuoco, con pena forte e dura, e quando ci leggiamo con riso duro e forte […]

Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, Adelphi 2017

Beckett – Compagnia

Imminente sovrasta per un certo periodo ciò che segue. La necessità di compagnia non è costante. Momenti in cui la sua monotonia non è una variante. Intrusione di voce allo stesso modo. In modo analogo immagine dell’ascoltatore. In modo analogo la propria. Rimpianto poi di averle suscitate e problema di come dissolverle. Infine che senso allora la sua monotonia? Quale possibile variante. Lascia perdere. Per adesso.

S. Beckett, Compagnia e Worstward Ho, Jaca Book, 1986

Michel Leiris -Nuits sans nuits, et quelques jour sans jour

SANS DATE
(demi-sommeil)

Un arbre à trois branches (qui sont des serpents) frappe au carreau de ma fenêtre, vêtu d’un complet de confection et d’un faux col cassé.
Un peu plus tard dans la nuit, un chien – que j’imagine couché entre le matelas et le sommier de mon lit – n’est plus qu’un long reptile de bronze dont les piquants inclinés comme ceux d’un porc-épic me pénètrent dans le corps.

SENZA DATA
(dormiveglia)

Un albero a tre rami (che sono serpenti) bussa ai vetri della mia finestra, vestito d’un completo fatto in serie, e con un finto colletto inamidato spezzato.
Poco più tardi durante la notte , un cane – che immagino accucciato tra il materasso e la rete del mio letto – non è che un lungo rettile di bronzo le cui scaglie inclinate come quelle dell’istrice mi penetrano nel corpo

M. Leiris, NUITS SANS NUIT  et quelques jour  sans jours, Gallimard, 1961

trad. r.r.florit

PPP- La Divina Mimesis

 

La verità che non si riesce a dire (come gli antichi non riuscivano a dire i sogni perché li credevano qualcosa di diverso da ciò che sono in realtà) è questa: ognuno di noi è fisicamente la figura di un acquirente e le nostre inquietudini sono le inquietudini di questa figura (così come i nostri terrori sono i terrori dei nostri sogni). Il mondo degli uomini come noi li conosciamo nella nostra vita modellata dalla maggioranza, è un mondo di acquirenti. Tutto ciò che ci serve per manifestarci è acquistato. Ma il vero sguardo che osserva noi acquirenti non è lo sguardo di un altro acquirente. Solo in certi momenti tale sguardo è anche il nostro sguardo: ma allora si tratta di una divinazione, il cui valore non è né stabilito né riconosciuto da alcuno. Perciò  la nostra esperienza vitale resta l’esperienza di chi si rivela attraverso l’umile acquisto. Nei casi migliori, tuttavia, riusciamo a fare di questa esperienza di illusi una esperienza reale: riusciamo cioè a identificare le esperienze della figura dell’acquirente che ci vive con le esperienze di quella figura irrealizzata che si chiama uomo. A meno che la figura dell’acquirente non si valga anche di tale presunta identificazione – attraverso a manovra che ci è ben nota –  per viverci ulteriormente la pace. Le leggi che ci governano hanno preso forma in un altro mondo cui non appartiene nessuno. Perché siamo sempre noi che, se volgiamo, diventiamo prima sicari e catecumeni, poi maestri della produzione di quelle merci di cui siamo acquirenti. Facendo questo sperimentiamo che non c’è alcuna soluzione di continuità tra suddito e padrone, tra lavoratore e capitalista. Ogni promozione non cancella  mai lo stato precedente: così come il fatto di essere adulti non cancella il fatto di essere stati ragazzi. Anzi, sono in ogni caso gli stati primi, i più importanti e definitivi. Anche chi partecipa alla produzione avrà sempre i caratteri del consumatore. Ritornerà sempre alle sue prime inquietudini. Al suo non appartenersi. Non è suo lo sguardo che guarda chi è presente e si esprime acquistando le sue merci.

 
Pier Paolo Pasolini, Appunti e frammenti per il IV canto da La Divina Mimesis, Mondadori 2006

E.M. Cioran – Syllogismes de l’amertume

 

Accès involontaire à nous-même, la maladie nous astreint à la “profondeur”, nous y condamne. – Le malade? Un métaphisicien malgré lui.

Accesso involontario a noi stessi, la malattia ci costringe  alla profondità”, ne fa la nostra condanna. – Il malato? Un metafisico suo malgrado

da E. M. Cioran, Aux sources du vide, in Syllogismes de l’amertume,   Œvres, Quarto/Gallimard , Paris 2003
traduzione A. Marchetti

 

 

 

Paracelso – Leiris

“Il  ciarlatano studia le malattie negli organi malati, dove non trova che gli effetti, rimanendo ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie, studiando l’uomo universale.”


§

« Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim  ou, pour la postérité PARACELSE :effervescence bruissante del sels qui se dissolvent, giclée d’eau de Seltz qu’en le serrant au col on fait jaillir d’un siphon,  allumette qu’on frotte et qui fulmine, départ en fusée de ce qui était sous pression. »

Michel Leiris , Frêle bruit, Gallimard 1976

« Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim  o, per i posteri PARACELSO : frusciante effervescenza di sali che si dissolvono, spruzzata di Seltz che serrandone il collo si schizza da un sifone, fiammifero che si strofina e fulmina, partenza a razzo di ciò che era sotto pressione. »

traduzione r.r.f.

Tommaso Ottonieri – Ulysses 9/11

Nell’ultimo volo. Dall’Ottava Bolgia (Inf.XXVI) a Ground Zero (9/XI)

il reading di Ottonieri (al piano: Rocco De Rosa) è all’interno di “Pasiones”, un progetto di Canio Loguercio per la Settimana della cultura italiana a Cuba.
La data cubana dello spettacolo al Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam, il 26 novembre 2010 è stata curata dall’Associazione Melange in collaborazione con le Edizioni d’If.

Arno Schmidt – Leviatano

[..]

Il lungo crepuscolo. Trascinare. Buio bisbiglia, al modo di un pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso. Trascinare.Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò pieno il primo astro; grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare. Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.

Arno Schmidt, Leviatano o il migliore dei mondi, Mimesis 2012

ciao Jolanda

 

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Jolanda Insana

(Messina, 18 maggio 1937 – Roma, 27 ottobre 2016)

poiché la vista stava variando ho svuotato le tasche
e deposta la sacca ho scagliato elci e bastone
all’imbocco dell’erto passo
per lasciare lì il peso dicendo e non dicendo
qui resta la stanchezza
e volendo essere leggere m’inerpico alleggerita
contando di lasciare alla prossima salita l’altro
peso

in cima si arriva prima con la mente

non posso evitare il veleno
amando io il pungiglione della vita
e in dosi quotidiane lo prendo
antidoto contro il grande veleno amaro
e così pure avendo ferite aperte sulle mani
tocco le cose e punto i piedi
per spostare la parete massello del falso male
traendo la vita alla sua vita nel piccolo quadrato
che sta dentro il magico quadrato
della forza e del suo giorno

qualcosa è stato scritto in qualche centro
e però srotolando la scrittura devio e mi ribello
perdutamente sommersa l’immagine anguillosa
volendo essere un’altra senza copiatura
e ritorno animale sulla traccia del seme e del pane
per lusinghevole promessa di temporale regname

aperta quarantanove volte la porta
nessuno vi passò e dovevo sapere
che l’altra porta era chiusa
e nessuno poteva uscire
e si riaprirà ancora la porta
e non passa chi si chiude dall’altra parte
e non mette mani alle sue malie

ho conosciuto il càid del villaggio
e l’ansito che batte dal fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

poiché la vita taglia
come filo di scoperto male afferrato
la vita malamente afferrata in parolette brevi
e senza gusto affrontatore
e l’anima paga della raccolta s’addormenta
e non sa su quale paglia giacerà
continuo a strappare il fiore
con il  pollice e l’anulare
e l’avvolgo in rosso panno

e costruire trappole per acchiappare l’anima
fuoriuscita dal corpo sveglio e sottratta alla pazzia
riportarla alla sua culla viva
prima che il vuoto ricominci a ribollire e la divori

da Il magico quadrato in  Medicina carnale,  Lo Specchio Mondadori, 1994

 

 

Mariangela Guatteri da “La cognizione dello spazio”

Non è sufficiente dire:” io non sono il corpo”.
Bisogna anche realizzarlo. Non è così semplice.
Bisogna non essere preda del delirio.

L’universo è diviso in tre sistemi planetari, quello
superiore, quello intermedio, quello inferiore. La
Terra fa parte del sistema intermedio.
Anche gli altri pianeti dell’universo sono popolati
da innumerevoli esseri viventi; sulla Terra
non esiste alcun luogo privo di esseri viventi.
In profondità nel terreno ci sono i vermi, nell’acqua
ci sono animali acquatici, nel cielo ci sono gli uccelli.

Tutti sono intrappolati.

Si potrebbe usare la propria energia in modo da
ottenere un corpo che permetta di entrare nel
pianeta.

Al momento della morte bisogna staccare gli
occhi dalla contemplazione degli oggetti, e
impegnare le orecchie ad ascoltare la vibrazione.
Se la mente è turbolenta va fissata e il respiro
condotto alla sommità del capo. Si può raggiungere
la perfezione.
A questo stadio si decide dove andare. Esistono
innumerevoli pianeti.
Si hanno informazioni dell’esistenza di questi
luoghi attraverso la letteratura.
Se per esempio si vuole andare in America, ci si
può fare qualche idea di questo paese leggendo i
relativi opuscoli.
Se si conoscono tutte le descrizioni che i testi
contengono, ci si può trasferire secondo il proprio
desiderio su qualsiasi pianeta.
Il viaggio con mezzi meccanici non è il metodo
riconosciuto.
 

Mariangela Guatteri, Le connnaissance de l’espace/ La cognizione dello spazio, Benway Series Feuilles/Fogli, Tielleci 2014

 

 

Geolatria

spezza il pane del corpo
separa in quattro ventricoli
il canopèo del cuore  rapido
fluendo in argilla
tra portici di ghiaia e cunicoli falsi
il congruo accatastato

da cumuli d’echi
d’arcobaleni incerti

dove non si guarda
né a sud né a nord
né sopra né sotto
fluttuante fanfara di immani segreti
disfano fragili brulichii
di mondi corporali
nel bisbiglio increato
di alvei di vertebre di terre scure
in preda di coscienza
l’occhio del precipizio
chiare insonni
vallate d’orecchi illumini
di gusci d’ombra a picco
d’eternità
obbrobriosamente scomparse
brevi tori d’onda perpetua
e agglomerati d’orge in pompa
e conchiglie gelate di essenze feldspatiche.

(primi anni ottanta)

Emilio Villa, Zodiaco, Empirìa, 2000

M.Leiris- la parole entre objectivité-subjectivité

 

Un seul homme peut prétendre avoir  quelque connaissance de la vie dans ce qui fait sa substance, le poète; parce qu’il se tient au cœur du drame qui se joue entre ces deux poles: objectivité – subjectivité;
parce qu’il les exprimes à sa manière qui est le déchirement, dont il se nourrit quant à lui-même et dont, quant au monde, il est le porte-venin ou, si l’on veut, porte-parole.

Michel Leiris, L’Afrique fantôme, 17 mai 1932, Paris, Rééd Gallimard Coll. Tel, 1988

 

 

 

 

F.Ponge – Il partito preso delle cose

La beauté des fleurs qui fanent; le pétales se tordent comme sous l’action du feu: c’est bien cela d’ailleurs:
une déshydratation. Se tordent pour laisser apercevoir les graines à qui ils décident se donner leur chance, le champ libre.
C’est alors que la nature se présente face à la fleur, la force à s’ouvrir, à s’écarter : elle se crispe, se tord, elle recule, et laisse triompher la graine qui sort d’elle qui l’avait préparée.

*

Les temps des végétaux se résout à leur espace,  à l’espace qu’ils occupent peu à peu, remplissant un canevas sans doute à jamais déterminé : Lorsque c’est fini, alors la lassitude les prend, et c’est le drame d’une certaine saison.
Comme le développement de cristaux : une volonté de formation, et une impossibilité de se former autrement que d’une manière

***

La bellezza dei fiori che appassiscono: i petali si torcono come sotto l’effetto del fuoco: del resto è di questo che si tratta: di una disidratazione. Si torcono per lasciar intravedere i semi ai quali decidono di dare una chance, il campo libero.

È allora che la natura si presenta davanti al fiore, lo costringe ad aprirsi, ad allargarsi; questo si raggrinza, si torce, indietreggia, e lascia trionfare il seme che esce da sé stesso, che lo aveva preparato.

*

Il tempo dei vegetali si risolve nel loro spazio, nello spazio che essi occupano a poco a poco, riempiendo un canovaccio probabilmente da sempre determinato. Quando è finito, allora la stanchezza riprende, e ha luogo il dramma di una certa stagione.

Come lo sviluppo dei cristalli: una volontà di formazione, e un’impossibilità a formarsi se non in una sola maniera.

 

 F. Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi,  1979
traduzione Jacqueline Risset

L’Antitête

<<questo paradiso di cacciatori di vuoto e di immutabilità, padrona onnipotente del divieto di vivere altrove se non nelle grotte di ferro e della dolcezza di vivere senza mobilità, ciascuno nella propria persona lucifuga e ogni persona al riparo della terra, nel sangue fresco…

 

…era una prigione, formata da lunghe infanzie, il supplizio di giorni d’estate troppo belli>>

 

 

T.Tzara,  L’Antitête 

https://fr.wikisource.org/wiki/L%E2%80%99Antit%C3%AAte_de_Tristan_Tzara

in aestas – rita r. florit

In Aestas

èktasis in aestas
estesa aetas
sfalci s/fanno fasti
solos ensoleillés
(s)perdono voci
loci geniali veniali
venia chiedo/no
festini fuggo/no
per boschi freschi
d’ombr(e) fiori ori
in/solubili volubili luci
specchi(o o)cchio
allagato lago tazza brezza
sulla calura trafittura afa
bav(e) vento e campi
lampi tuoni suoni scrosci
poi quiete ex/tesa
estesa aetas
in aestas èktasis

 

Yves Bonnefoy – Une voix

YB

(Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016)

 

 

J’entratenais un feu dans la nuit la plus simple,
J’usais selon le feu des mots désormais purs,
Je veillais, Parque claire et d’une Parque sombre
La fille moins anxieuse au rivage des murs.

J’avais un peu de temps pour comprendre et pour être,
J’étais l’ombre, j’amais de garder le logis,
Et j’attendais, j’étais la patience des salles,
Je savais que le feu ne brûlait pas en vain…

*

Alimentavo un fuoco nella notte più semplice,
Logoravo nel fuoco parole ormai pure,
Vegliavo, chiara Parca e d’una Parca oscura
La figlia meno ansiosa sulle rive dei muri.

Avevo un pò di tempo per capire e per essere,
Ero l’ombra, mi piaceva custodire la casa,
E aspettavo, ero la calma attesa delle stanze,
Il fuoco, lo sapevo, non ardeva invano…

 

da Ieri deserto regnante, Guanda , 2005
traduzione di Diana Grange Fiori

:

.

Nanni Balestrini – A John Cage

Profondo
perfetto
glaciale
di tomba

assoluto c’è un grande
calò il
nel

e nella solitudine
della notte
calma
pace

sovrumani
e profondissima
quiete io
restare

rimanere
ascoltare in
conservare il
un

imbarazzante
qui intorno
non c’è
mai un po’ di

la conversazione era
interrotta
da lunghi
dopo un lungo

mi decido finalmente a scriverti
costringere
ridurre l’avversario

l’interlocutore
al
vi raccomando il
più assoluto

passare sotto
qualcosa
che ognuno di noi
conservi il

sulla sua vita interiore
una pagina della mia
vita che
passo sotto

esigo una
discrezione impenetrabile
e un
assoluto

cadere nel
avvolgere un fatto nel
vivere nel
mettere in

la legge del
comprare il
condannare ridurre
l’opposizione al

la convenienza voleva
che imponesse il
agli scrupoli della
sua fierezza

accettò di amare in
la parola è
d’argento
ma il

è d’oro
un
d’oro
finiamola con tutte

queste chiacchiere imporre a tutti il
raccomandare
esigere il

fare
fare
!
invito

comando
a tacere
ridurre al
un pezzo d’artiglieria

una mitragliatrice
ecc.
radio
muro del

si gira
zona di
zona del
minuto di

giornata di
interruzione del suono
assenza di rumori
si spengono  fuochi

cadere nel vuoto
un grido ruppe il
il
della campagna

dei boschi
dei funghi
pausa
sospiro

da Estremi rimedi, Manni, 1995

GHERASIM LUCA | EUROPE

fragm

Europe, n° 1045 : Ghérasim Luca (1913-1994)

Dossier a cura di Serge Martin

 

G-Luca-UNER

http://www.europe-revue.net/presentation-mai.html

http://www.europe-revue.net/pages/recherche-par-titres/parutions%202016/Livret-G-LucaR.pdf

http://www.europe-revue.net/sommaire-mai.html

Serge Martin, Ghérasim Luca, Pierre Dhainaut, Thierry Garrel, Monique Yaari, Bernard Heidsieck, Bertrand Fillaudeau, Charles Pennequin, Patrick Beurard-Valdoye, Joël Gayraud, Sebastian Reichmann, Nicole Manucu, Anne Foucault, Jean-Jacques Lebel, Iulan Toma, Vincent Teixeira, Dominique Carlat, Sibylle Orlandi, Charlène Clonts, Laurent Mourey, Patrick Fontana, Alfredo Riponi, Alice Massénat.

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Pierre Guyotat – COMA

Il giorno in cui mi spiegano la gravitazione universale, la Terra che gira intorno al Sole, capisco, più rapidamente di quanto non capisca come leggere l’ora sul quadrante dell’orologio, capisco che altri – umani, animali – vegliano, mentre dormo, dall’altra parte della Terra. Questo significa che tutta un’umanità veglia su quell’altra umanità che dorme, e quella che dorme sogna di quella che non dorme.
Il pensiero della Storia vi giunge allora, bambino, il pensiero del domani, della condivisione, attraverso la notte, di ieri e domani: la notte è ruminazione di futuro.
La Storia, la vedo allora, repressa, grandi figure, trattati, celebrazioni, comunioni popolari, battaglie,nel cielo azzurro, il firmamento: i morti celebri, grandi pensieri, al loro posto là in cima:il cielo stormisce di questi atti e, la notte, le stelle sono segnali di ognuno, di ciascuno, di ciascuna. Il Tempo è là in alto.
Più risalgo attraverso il Tempo e più mi sento fuori dalla portata del mio “io”. Ma, per immaginare e mettere al suo posto questo mondo lontano, serve l’aiuto di un “io”, di una potenza decuplicata: per essere Romano, Greco, Persiano,Egiziano, carpentiere della nave delle Cicladi, schiavo dello scultore di Corinto, bisogna cavare dal proprio “io” un “io” lontano, farlo vivere al suo fianco, giorno dopo giorno.
Immaginare, rendere tutto nel testo, grazie alla materialità del gesto, delle secrezioni, il pensiero di una figura passata, non soltanto i suoi sentimenti ma la sua anima, secondo le conoscenze, e le circostanze storiche del suo tempo, ciò che posso immaginare che essa possa conoscere, e vivere.

 

 Pierre Guyotat, Coma, Medusa, 2009 pag.39
traduzione  di M. Dotti e V. Parlato

 

 

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Catherine Weinzaepflen – avec Ingeborg

 

IB

 

retour

je n’ai plus peur
j’ai nagé dans une mer
infestée de crocodiles
j’ai marché sous la mangrove
des heures durant
sur des plages blanches infinies
j’ai mangé des crabes cuisinés
au poivre noir Sarawak
j’ai arrêté de penser
dans l’hémisphère Sud

Pékin c’était après le 7e avion
toits rouge de Chine et verts vifs
masqués par le smog
(au soleil de midi
la cité interdite émerge
de la pollution)

on dirait on dirait
le canars laqué
cuit vivant
juste un fantasme
dans la ville immense
et grouillante

je revenais du bout du monde
l’attraction terrestre même
y différe
9e avion
européen celui-ci
familier (Air France)
au point d’y rencontrer un homme
qui me parle de Celan, de Bachmann
un homme qui s’appelle
littéralement : Couleur d’argent

ce fut l’été
Sydney-Pékin- Berlin
j’ai repris l’abscisse Est-Ouest
en crabe

 

ritorno

non ho più paura
ho nuotato in un mare
infestato dai coccodrilli
ho camminato sotto la mangrovia
per ore
su spiagge bianche infinite
ho mangiato granchi cucinati
al pepe nero Sarawak
ho smesso di pensare
nell’emisfero Sud

Pechino era dopo il 7° aereo
tetti rossi di Cina e verde vivo
nascosti dallo smog
( nel sole di mezzogiorno
la città proibita emerge
dall’inquinamento)

si direbbe si direbbe
l’anatra laccata
cotta viva
proprio un fantasma
nella città immensa
e brulicante

ritornavo dall’altro capo del mondo
l’attrazione terreste stessa
vi differisce
9° aereo
europeo questo
familiare (Air France)
al punto da incontrarci un uomo
che mi parla di Celan, di Bachmann
un uomo che si chiama
letteralmente: Color argento

fu l’estate
Sidney-Pechino-Berlino
ho ripreso l’ascisse Est-Ovest
di sghimbescio

 

ho dimenticato
tout avait commencé par une lettre
écrite sur trois cartes postales
des vues de Paris numérotées 1, 2, 3
la Seine toujours
les ponts de la Seine
il me parlait italien en m’aimant
(le ciel non du
ciel je ne parle jamais,
mais bien de lui, et donc pas
du ciel) *
sa douceur et son inquiétude extrêmes
me bouleversaient
notre fébrilité nous jetait l’un
contre l’autre
et ça n’a pas marché
(je voulais tout
je ne voulais rien)
c’était beau de se perdre comme ça
mais je ne veux plus
me faire ébouillanter, rôtir et brûler
torturer **

* Ingeborg Bachmann ,« Un altra notte ancora senza vederlo » in Ich Weiβ keine bessere Welt, p. 123, traduction de l’auteur.
** Ibid.

 

ho dimenticato
tutto iniziò con una lettera
scritta su tre cartoline
con vista di Parigi numerate 1, 2, 3
sempre la Senna
i ponti della Senna
mi parlava in italiano amandomi
(il cielo, no
non parlo mai del cielo
dunque di lui, poiché 
del cielo non parlo) *

la sua dolcezza e l’estrema inquietudine
mi sconvolgevano
la nostra febbre ci gettava
l’uno contro l’altro
e non ha funzionato
(volevo tutto
e niente)
era bello perdersi così
ma non voglio più farmi bollire, arrostire e bruciare
torturare **

*Ingeborg Bachmann, « Un altra notte ancora senza vederlo » in Ich Weiβ keine bessere Welt, Piper verlag, Germania, p. 123, traduzione dell’autrice.
** Ibid.

 

un jour de mai 1970

Elle grimpe les talus des jardins de la Villa, s’écorche bras et jambes aux buissons épineux. Elle marche, ne cesse de marcher. Ce qu’on appelle jardins est aussi vaste qu’ne campagne. Elle finit par se déchausser mais les cailloux cachés dans l’herbe, les brindilles sous la plante des pieds, font plus souffrir encore que les ampoules.
Ingeborg s’arrête enfin et s’assoit le dos contre un arbre. Le ciel, au-delà du feuillage, est d’un bleu insolent. Elle se dit que la vie s’arrête. Comment pourrait-elle continuer alors que celui qu’elle aimait plus que quiconque s’est jeté dans la Seine? L’idée de son corps attaqué par le fleuve noircit ciel et pelouses, et les arbres. Elle en perd connaissance, tombe d’épuisement sur l’une des pelouses de la Villa.
Plus tard, à la nuit tombée, petits pas d’infirme jusqu’à la station de taxis de piazza di Spagna. Elle a 44 ans, il lui reste trois ans à vivre.

 

un giorno di maggio del 1970

Lei s’arrampica sulle scarpate dei giardini della Villa. Si scortica braccia e gambe nei cespugli spinosi.
Va, non smette di andare. Quel che si dice giardino è vasto come la campagna. Finisce per togliersi le scarpe ma i sassi nascosti nell’erba, i rametti sotto i piedi, fanno soffrire ancor più delle vesciche.

Ingeborg si ferma infine, e accomoda la schiena contro un albero. Il cielo, al di là del fogliame, è di un blu insolente. Dice a se stessa che la vita si ferma. Come potrebbe continuare quando colui che ama più di chiunque altro s’è gettato nella Senna? L’idea del suo corpo intaccato dal fiume annera cielo e prati, e gli alberi. Perde i sensi, cade dallo sfinimento su un prato della Villa.

Più tardi, scesa la notte, a passettini da invalido  fino alla stazione di taxi a Piazza di Spagna.
Ha 44 anni, le restano tre anni da vivere.

 

Catherine Weinzaepflen, avec Ingeborg, Des femmes-Antoinette Fouque, 2015
traduzione di Rita R. Florit

 

 

C.W. http://www.cipmarseille.com/auteur_fiche.php?id=203

 

 

 

 

SCHREIB DICH NICHT – Paul Celan

SCHREIB DICH NICHT
Zwischen die Welten,

Komm auf gegen
der Bedeutungen Vielfalt,

vetrau der Tranenspur
und lerne leben

[23-24 aprile 1966 – 12 luglio 1966]

 

*

NON SCRIVERTI
tra i mondi

tieni testa
alla varietà di significati,

fidati della traccia di lacrime
e impara a vivere.

 

 

da “Sotto il tiro di presagi”, Einaudi, 2001